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La professione del Talent Scout: intervista ad Adam Filippi PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Quaglio Cotti   
Mercoledì 21 Aprile 2010 21:11

Essere talent scout della squadra nba, campioni in carica in cui l’unico obiettivo è vincere, con la mission di individuare il talento. Adam Filippi è attualmente il responsabile dello Scout Internazionale dei Los Angeles Lakers, è stato lo scout più giovane della NBA nel 1999 coi New Jersey Nets, è colui che ha trasformato lo scouting in una vera e propria professione e dopo ho aver vinto un anello NBA coi Lakers nel 2002 è diventato Direttore Scouting. Approfittiamo della permanenza in Europa di colui che negli anni’90 ha trasformato lo scouting in una vera e propria professione per conoscere meglio il suo lavoro.

di Davide Quaglio Cotti

Buongiorno Adam in cosa consiste il suo lavoro e qual è sua giornata tipo?

«A me piace definirlo uno stile di vita perché un lavoro ha degli altri parametri però per uno che ama la pallacanestro è un bellissimo lavoro perché posso guardare tutti i draft che voglio sia dal vivo che in video in tv ed essere aggiornati su tutti i campionati e soprattutto su tutti i giocatori che possano essere interessanti per l’Nba. Non è così semplice e divertente come sembra perché ci sono tante cose da considerare: andare via da casa, lasciare la famiglia, viaggiare molto e spesso stare al telefono alle 3 di notte perché dall’altra parte io sono 9 ore avanti a Los Angeles per esempio e d’estate mi tocca andare a vedere dei tornei quando vorrei stare magari con la mia famiglia e rilassarmi un po’. Quindi è un lavoro privilegiato per molte cose però non è sempre così facile».

Un buon lavoro di scouting per conoscere i giocatori anche a livello caratteriale può aiutare una società a non fare scelte sbagliate. Quindi oltre al talento quali sono le altre caratteristiche più importanti da valutare in un potenziale giocatore nba?

«Penso che per tutti i lavori di gruppo saper stare nel gruppo è importante come saper stare nella squadra, andare a vedere un giocatore e notare che sa fare un canestro da tre punti o che sa passare bene la palla sono cose abbastanza facili da valutare, a me piace andare alla ricerca un po’ del difetto anche se magari non ce ne sono, quindi conoscere mente e cuore di un ragazzo. Stiamo parlando di giocatori che di solito vanno dai 18 ai 22 anni che noi guardiamo per il draft quindi perfetti non possono essere a livello emotivo e caratteriale. Molti di questi ragazzi sono cresciuti nel ghetto senza un genitore o entrambi oppure hanno avuto dei problemi scolastici crescendo quindi a me piace fare l’investigatore e scoprire il più possibile delle cose extra cestistiche chiamate “le intangibles”, le cose intangibili. Capire se un giocatore ha la mentalità giusta o se appena ha un po’ di successo si siede e si rilassa, non fa più niente questo mi serve per capire se a uno gli piace veramente giocare a basket. E’ facile dire: “a beh a tutti piace giocare a basket”. No, non è così, c’è gente che ama e vive per giocare e altra che gioca perché è divertente. Quindi a me piace che un giocatore voglia fare di tutto sia per avere successo individuale sia che giochi per vincere».

Quale metodo utilizzate nel selezionare giocatori?

«Sono un po’ vecchia maniera, i giocatori bisogna vederli, valutarli per capire se possono rientrare negli schemi della tua squadra. Quindi bisogna conoscere anche un po’ il tuo allenatore, che tipo di persona è, che tipo di giocatori riescono a venire fuori nel nostro sistema, allo stesso tempo tu magari hai un allenatore che l’anno dopo non c’è più quindi alla fine devi ricercare il giocatore con il maggior talento in ogni modo. Scegliendo sempre alla fine del primo giro o all’inizio del secondo come fanno i Lakers spesso devi trovare qualcuno che magari non è un fenomeno però sa stare nel sistema del triangolo (Triangolo Offensivo di Tex Winter ndr), un esempio classico è Luc Walton che non è un fenomeno però per noi è una scelta importantissima perché è un giocatore da triangolo magari in un altro sistema veniva tagliato dopo due anni, o forse avrebbe giocato in Europa, però per il nostro sistema è un giocatore importante, quindi tabelle, grafici da pc possono essere utili per seguire delle piccole cose però alla fine a livello cestistico devi vedere, conoscere e valutare le caratteristiche tecniche, fisiche e il talento del giocatore».

Quali sono le difficoltà principali di adattamento di un giocatore europeo al basket nba?

«Adesso sicuramente l’Nba non è prevenuta, una volta si pensava che i giocatori europei non fossero all’altezza infatti ce n’erano due o tre. Negli ultimi 10 anni è cambiato tutto con l’avvento dei vari Nowitzki, Stojakovic grazie al loro successo. Si è andato poi a pensare che tutti gli europei potessero adattarsi un modo facile e invece non è veramente così. Diciamo che c’è una via di mezzo. I giocatori europei hanno gli stessi problemi dei ragazzi americani essendo molto giovani, se tu prendi un giocatore di 20 anni e lo porti dall’altra parte del mondo ci sarà sicuramente un periodo di adattamento. Il problema della lingua non è così comune però può esserci. Vediamo adesso per esempio Jonas Jerebko che giocava a Biella l’anno scorso è uno che parla benissimo inglese ed è andato in America come se ci avesse vissuto da 30 anni. Sasha Vujacic era un ragazzo che era partito dalla Slovenia per giocare a Udine quando aveva 14 anni quindi era già abituato ad andare via di casa, dalla famiglia e crescere per i fatti suoi. Quindi per i ragazzi cresciuti in casa ci sarà un impatto più duro, quelli che sono già abituati a muoversi che si trovavano già fuori casa secondo me faranno un po’ meno fatica»

In una recente intervista Gary Vitti, (storico trainer dei L.A. ndr) ha dichiarato che i giocatori europei a livello di fondamentali sono generalmente migliori dei giocatori americani, tecnicamente il basket europeo è migliore di quello nba?

«Secondo me i campionati italiani sono cambiati a livello di high school e di college, una stagione una volta durava 10 mesi come da noi, tra allenamenti, ritiri e post campionato. Nei college o high school puoi solo allenarti 4 o 5 mesi ossia la durata della stagione cestistica scolastica. Negli altri 7 mesi un giocatore si trova da solo perché l’allenatore non lo può seguire e verificare che stia facendo dei miglioramenti quindi il giocatore o va a giocare al campetto oppure si trova un allenatore per conto proprio, non penso che tutti possano permetterselo. Quindi avendo meno insegnamento sicuramente non sono a livello di fondamentali così evoluti come i ragazzi europei che si allenano tutti i giorni da metà agosto fino a luglio. Quindi sicuramente l’attenzione verso il fondamentale è più sentito da noi oggi. Penso che fino a 20 anni l’evoluzione del giocatore a livello tecnico era più o meno uguale, forse era migliore là. Attualmente in Italia e in Europa in generale, penso che si lavori di più sulla tecnica ma non abbastanza perché si da molta attenzione al gruppo, ai 12 giocatori che devono scendere in campo e vincere, quindi si curano le strategie offensive e difensive di squadra e l’attenzione individuale comunque non è lo stesso altissima ma sempre di più rispetto agli Stati Uniti».

Quali sono stati i giocatori selezionati da te che hanno mantenuto le aspettative e sono diventati successivamente famosi?

«Diciamo che sono tanti quelli che sono diventati quello che pensavo. Altri ma pochi sono stati vere e proprie sorprese. E’ facile dire che Paul Gasol quando era a Barcellona diventasse un buonissimo giocatore perché aveva un talento pazzesco, stessa cosa per Kirilenko e Stojakovic. Quelli che mi hanno sorpreso sono per esempio questo Omar Kaspi, il primo giocatore israeliano a giocare nell’Nba che ritenevo un giocatore più da Europa e Marc Gasol scelto solo al secondo giro. Pensavo che diventasse un buonissimo giocatore ma ha superato le mie aspettative, è così forte che rischia di diventare un giocatore veramente importante».

Le Bron James con ironia ha detto che mentalmente con Kobe devi essere concentrato per 48 min anche durante l’intervallo. Quando si parla di superiorità mentale di Kobe che cosa si intende?

«Sono due gli aspetti: una è la mentalità come concentrazione e l’altro è lo spirito competitivo. Non gli basta vincere, vuole umiliarti e non perde mai il livello di concentrazione. Quando giochi 48 minuti con grande intensità, ci sono tanti time out, davanti a 20.000 persone, giochi 82 partite all’anno più i play off, è facile avere dei cali emotivi e rilassarsi una sera. Kobe nella sua professionalità invece non li ha questi alti e bassi, giocava con un dito rotto da un anno, poi si era rotto quello della mano con cui tira, doveva stare fermo due mesi e invece gioca, non si ferma davanti a niente. Questo è un ottimo esempio per gli altri ma allo stesso tempo rischi di farti male veramente. Diciamo che è ossessionato da giocare e vincere per essere il migliore».

Ci sono progetti per il futuro di cui puoi parlare?

«Con i Lakers siamo al top e cerchiamo di rimanerci, non è facile vincere una volta, figuriamoci due o tre volte di fila. Punteremo a questo perché il ciclo forse si chiude tra poco, Kobe ha 32 anni e altri giocatori ne hanno 30 o 31, secondo me abbiamo tre anni buoni davanti. Quindi si inizia a pensare anche al dopo, guardando i giocatori giovani che saranno pronti magari non da subito ma fra due o tre anni. A livello personale ho tanti progetti, faccio diversi camps di specializzazione negli Stati Uniti con giocatori di tutte le età. E’ un lavoro abbastanza stimolante perché tra lo scouting e l’allenamento individuale c’è un collegamento. A me piace l’abbinamento delle due cose: con lo scouting vai a vedere i difetti dei giocatori mentre con il play development alleni singolarmente e cerchi di curare quei difetti per migliorare i giocatori. Il gruppo migliore da seguire è composto da giocatori americani che giocano in Europa perché hanno ancora fame e vorrebbero una chance nell’Nba, migliorare per guadagnarsi uno stipendio migliore nell’anno successivo, questo è il prototipo del giocatore migliore con cui lavorare perché ti da più soddisfazioni. Gli europei che partecipano sono pochi vuoi per la mentalità vuoi perché la stagione europea è molto più lunga. Negli anni passati ho lavorato anche con giocatori importanti Chauncey Billups che per me è stata una delle più grandi sorprese tecnicamente e mentalmente, pur non essendo un talento incredibile. Poi ho lavorato anche qualche volta con Kobe, più in alto di così non puoi andare (ride)».

Che tipo di persona è Phil Jackson?

«Stiamo parlando di una persona di grande cultura e intelligenza. Ha una dote che forse nessun altro allenatore possiede: è sempre calmo, non trasmette mai ansia ai giocatori. E’ affascinante sentirlo parlare perché ha una voce pazzesca, anche la tonalità di voce è importante per guidare un gruppo. Un’altra  cosa che mi ha impressionato è che non parla mai al gruppo di Jordan e Pippen, quelli di Chicago, non vuole fare paragoni, ai giocatori può dare fastidio, trova sempre il modo di motivarli per quello che sono e ci riesce molto bene».

Davide Quaglio Cotti

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Maggio 2010 14:48