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Juve, fine di un sogno di mezz'estate PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Randighieri   
Domenica 13 Dicembre 2009 12:12

E’ l’ora di Babbo Natale. Siamo tutti più buoni, inclini a perdonare il prossimo e a ripulire gli orizzonti dalla vista dei nemici che all’improvviso diventano partner ideali. Ma come “ogni limite ha una pazienza”, diceva Totò, così è per la bontà. Sennò sarebbe buonismo, e la linea di demarcazione con l’ottimismo ingenuo e persino insano che fa rima con scarsa intelligenza e sincerità posticcia si fa davvero molto sottile. E’ Natale, certo, ma anche il pingue e generoso Babbo, come vuole la leggenda, non è uno stupido e incosciente datore di presenti. E se la sua bontà s’abbina con l’equità, allora  il carro e le renne passeranno oltre casa Juve.

di Andrea Randighieri

Ai Bianconeri la festa che più s’addice è l’Epifania, allorché la Befana recapiterà alla squadra, non prima di avere fatto un bel giro in società e da Mister Ciro, detto il Guappo, un enorme sacco di carbone. Non carbone dolce, beninteso, ma carbone fossile, poiché questa squadra, composta di individualità sconnesse, prive di un gioco degno di tal nome che faccia da amalgama tra i reparti, sarebbe opportuno trasferisse i suoi propositi a una vita alternativa. Quella in miniera? Forse, comunque una vita di sacrifici, quelli veri, per i quali percepisci molto meno e fatichi assai di più. Mi piange il cuore parlare duramente. Ma non si è mai visto uno scempio (come altrimenti lo si può chiamare?) di queste proporzioni se non nell’era maifrediana, quella del “calcio-champagne”, dove le bollicine evaporavano presto, lasciando poco o nulla da trangugiare.

Quest’estate si è speso tanto per due giocatori, Diego e Felipe Melo, che avrebbero dovuto rivoluzionare assetto tattico con la garanzia aggiuntiva del divertimento, e invece il sogno si è trasformato in incubo, tale da inghiottirli e regredirli fino a renderli pallida ombra di sé stessi, stuntman dei campioni che un tempo recentissimo erano e per il cui talento sono stati profumatamente pagati. Un altro calcio champagne, quello promesso da una promessa, stiamo parlando di Ciro Ferrara, che si è presto liofilizzato nella negazione del gioco, anzi nella sua assenza. Perché non c’è schema, non c’è organizzazione, non c’è stile e soprattutto non ci sono risultati, ed ora, dopo l’ennesima sconfitta con il Bari (ma potrebbe essere anche la Nazionale mista degli scapoli e ammogliati e l’esito non varierebbe), anche l’obiettivo della zona Champions diventa sempre più miraggio.

Ci affidiamo alle preghiere di Nicola Legrottaglie, Atleta di Cristo più credibile dell’inutile picchiatore brasiliano, o forse un pellegrinaggio a Loreto o  Pietrelcina potrebbe essere il viatico di una rinascita agonistica della squadra. Se proprio anche questo esperimento, a metà tra il mistico e l’apotropaico, non dovesse funzionare, allora converrebbe scalzare le certezze granitiche di Mister Ferrara e proiettarlo nel campo del precariato. Perché ci sono vedenti che non vedono chiaramente per difetti visivi, altri che non vi riescono in quanto si rifiutano di riconoscere ciò che è lapalissiano. Parlo fuori dalle metafore: spero, adesso più che mai, sia finalmente comprensibile a chiunque abbia a cuore la Juventus che la ragione principe dell’ingaggio di Ferrara come allenatore provetto della Vecchia Signora è che è il Fido di Mister Lippi, poiché Ferrara è, come lo era in Germania ai tempi fortunati del successo mondiale, il suo pupillo, il suo luogotenente, il filo diretto con un bacino d’utenza al momento imprescindibile per la Nazionale lippiana, la Juve giustappunto, conferma ne sia che 8 giocatori convocati, 9 con la pressoché certa convocazione di Don Alexandro Del Piero (testimonial delle acque minerali sponsor ufficiale di Casa Italia, guarda un po’!),  sono di casa Juventina, e tra questi in particolare Cannavaro e Grosso,  fortemente voluti e artatamente integrati nel progetto di larghe intese tra la dirigenza bianconera (leggi: Blanc) e il Plenipotenziario Nazionale (leggi: Marcello Lippi), perché là dov’erano, Madrid e Lione, oramai erano inutili zavorre, mentre nell’Italietta lippiana sono ancora destinati a giocare un ruolo da protagonisti. L’Italia, del resto, non si chiama Juventus, vocabolo latino che si traduce con Gioventù, capperi! E allora, non si capisce perché mai ci si debba aggrappare alla metà del  cammin di nostra vita di Cannavaro, ex transfuga bianconero, e ai 32 anni dell’altro Fabio, quando la Juve ha soluzioni valide e meno pesanti anagraficamente in entrambi i ruoli, se non per far quagliare i conti a Marcello il Bello (Senz’Anima).

Perché tenere in naftalina quel talento nato che è il giovane e promettente difensore centrale Lorenzo Ariaudo, colpo rimasto accidentalmente in canna nel mercato in uscita estivo (destinazione Cagliari), e per quale motivo ancora ostinarsi nello schieramento di un improponibile Diego, a discapito e sofferenza di un altro virgulto nostrano, che, unitamente all’ottimo Marchisio, potrebbe fare la fortuna e garantire il futuro della Nazionale, che è Seabastian Giovinco? Il male, che è anche la spiegazione, è che purtroppo il sistema-Belpaese è asservito alle logiche degli ordini superiori, delle caste gerarchiche, dove allignano i lacché e i signorsì, e tutto, come in una loggia massonica, risponde alla Legge del rendiconto. Perché Ariaudo no e Cannavaro sì? Basterebbe uno sguardo fugace agli spot pubblicitari e fare rapidamente di conto. Quanti per Lorenzo e quanti per Fabio? La riposta è sin troppo ovvia. Ormai, questo calcio è dopato nell’anima, non solo nelle arterie dei giocatori, e la prostituzione, in atto da decenni, del calcio-giocato al dio danaro continua prolifico a fare dare i suoi frutti. Avanti il più telegenico, il porcellino si può riempire! E non importa se i tifosi hanno eccessi di bile, si rodono il fegato, si mangiano le unghie (o il cappello, se sono emuli di Rockerduck), o si fanno il sangue cattivo, l’obiettivo è stato comunque raggiunto e i cordoni della borsa possono richiudersi. Complimenti signori, abbiamo rovinato anche quello che restava di una piccola, tenue speranza: fare del week end un epilogo edulcorato per rendere meno amara una vita in molti casi difficile assai. Giusto quanto sarebbe bastato per dare un calcio ai cattivi pensieri. Tornando a considerazioni pragmatiche e contingenti, via le cariatidi e largo ai giovani.

Ed ecco pronta una formazione per la quale valga la pena scomodare terminologie quali “Progetto”: Buffon; Caceres, De Ceglie (Molinaro), Ariaudo, Chiellini; Marrone, Marchisio, Sissoko Tiago; Giovinco, Trezeguet (Iaquinta). Magari non si vincerà nemmeno la Coppa Italia, ma nel medio-breve termine, col rientro nella prossima stagione di Yago da Bari e di Edkal da Siena, si sarà allestito un team in grado di offrire prestazioni decenti e risultati confortanti. Del resto, come scrive Elvirà Erbì sulle pagine di Tuttosport di oggi (domenica 13): “La Juve non può essere l’ospizio della Nazionale. […] Basta con gli ultratrentenni. Basta perché, nel calcio d’oggi, se non corri non vinci. E raccogli soltanto magre figure”. Parole sante! Il Mister? Per amor proprio e della Juve, il cuore dice Zoff, per due motivi: 1° perché è sufficientemente navigato ed esperto per condurre e dare anima a questa squadra dai tanti piedi buoni ma smarrita nell’identità; 2° perché conosce adeguatamente l’ambiente bianconero, da ex giocatore di rango e da ex allenatore (non dimentichiamo il duplice miracolo Coppa Uefa, attuale Europa League, e Coppa Italia, targati 1990, facendosi bastare quello che passava il convento, dunque giocatori come Galia, Rui Barros, Napoli, Alessio, Bruno detto “’O Animale”, e altri mediocri individui come la coppia sovietica Zavarov-Alejnikov, impresa tanto gradita che gli costò il mancato rinnovo del contratto perché Maifredi avrebbe senz’altro inebriato gli juventini col suo calcio-spettacolo…). Ma siccome siamo nel campo delle congetture, meglio: delle chimere, rassegniamoci a quello che Monsieur Blanc riterrà più consentaneo. Ferrara? Può ritornare alla scrivania, oppure dedicarsi nuovamente ai consigli per gli acquisti. Lo spot per il dessert era davvero “troppo buono”!

Andrea Randighieri

Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Dicembre 2009 16:32