| 30 Ottobre 1974, quando Muhammad Alì fece tremare la Giungla |
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| Scritto da Andrea Randighieri |
| Martedì 01 Dicembre 2009 00:00 |
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di Andrea Randighieri Il boxeur ha infatti conquistato il gradino più alto del podio grazie alla preferenza espressa dal 17,5% dei partecipanti al sondaggio. Più in alto di Maradona, il Pibe de Oro, secondo con il 13,8% dei voti, e del grande Pelè, terzo con il 10,5%. Muhammad Alì non è stato semplicemente in grado di aggiudicarsi competizioni, allori e riconoscimenti, è stato molto di più: un simbolo, un’icona, un esempio. E vederlo distinguersi, proprio ora che è alle prese con il combattimento più aspro di tutta la sua vita, la lotta contro il Parkinson, per le sue azioni umanitarie, che gli sono valse la candidatura come Premio Nobel per la Pace nel 2007, fa doppiamente tenerezza. La malattia gli fu definitivamente diagnosticata nel 1984, tre anni dopo l’abbandono del ring. Le immagini in mondovisione di quel colosso di 191 centimetri tremante sotto i colpi del Morbo, come ultimo teodoforo alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, commosse e stupì il mondo intero. E pensare che a quella Olimpiade gli fu anche riconsegnata la medaglia d’oro vinta a Roma nel 1960, poiché si narra che abbia gettato l’originale come plateale segno di protesta verso il suo paese e la perdurante discriminazione razziale che, al suo ritorno in patria dopo i fasti romani, portò un ristoratore a rifiutarsi di servirlo perché nero. Ma di riconoscimenti Muhammad (che significa “degno di lode”) Alì (che vuol dire “altissimo”) ne ricevette davvero tanti. Come pugile professionista ha detenuto il titolo mondiale dei pesi massimi dal 1964 al 1967, dal 1974 al 1978 e per un’ultima breve parentesi ancora nel 1978. Fu eletto Fighter of the year (pugile dell’anno) dalla rivista americana Ring Magazine nel 1963, 1972, 1974, 1975 e 1978. La International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di ogni tempo. Detiene anche i prestigiosi allori di Sportman Of The Century per Sports Illustrated, Miglior Peso Massimo di sempre per The Ring e secondo miglior pugile di sempre per ESPN.com. Oltre a questi riconoscimenti in campo pugilistico, è stato scelto dalla rivista TIME come una delle 100 persone più influenti del XX Secolo nella categoria Heroes and Icons, unico sportivo insieme a Pelè e Bruce Lee. E’ inoltre uno dei pochi sportivi americani ad aver ricevuto la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile statunitense, direttamente da George W. Bush, il 9 novembre 2005. Lo stesso anno Muhammad è stato insignito della Medaglia della pace Otto Hahn (in oro) dalla Detusche Gesellschaft fur die Vereinten Nationen (DGVN), a Berlino (Società Tedesca per le Nazioni Unite). Era così amato che anche il mondo delle nuvolette di china si mobilitò nella figura della DC Comics, che gli dedicò un albo speciale, uscito in Italia, edito da Cenisio, nel luglio 1978, che ritraeva sul ring, uno contro l’altro, niente di meno che Superman e lo stesso Cassius Clay, alle prese con il confronto che avrebbe designato il miglior pugile terrestre chiamato a scongiurare un attacco alieno qualora avesse sconfitto il combattente eletto dal pianeta sfidante. All’epoca era di moda abbinare supereroi, nella fattispecie Superman, e personaggi reali: capitò anche con John Fitzgerald Kennedy. Ma se pensate che la vita di Alì sia stata soltanto apprezzamenti e ovazioni, beh, allora ricredetevi, perché non fu così. Sicuramente il popolo lo seguiva e lo amava, ma inutile negare che, specie dopo la sua conversione all’Islam, la fetta più consistente di seguaci era di pelle uguale alla sua: nera. Di certo, non era un personaggio comodo. Non per i pugili che assaggiavano i suoi guantoni (in 58 incontri vinti da professionista, su un totale di 61, 37 furono aggiudicati per KO), e non per i giornalisti, che lo ricordano senz’altro come “Il migliore di tutti i tempi”, ma anche come “Il labbro di Louisville” (Kentucky, dove era nato il 17 gennaio 1942), per la valanga di insulti che l’afroamericano lanciava sui suoi avversari sia in conferenza stampa che sul ring. Un’importante voce in capitolo nella sua vita era ed è tuttora il fotografo di colore Howard Bingham, un omone che con le sue fotografie ha immortalato le tappe della vita di Alì, divenendone in breve fotografo, biografo e confidente. Dice lui stesso: “Il mio occhio e la mia camera sono stati la finestra del mondo sulla sua magnifica vita”. Le fotografie di Howard hanno contribuito a creare la sua leggenda. Sono state usate per ricreare gli ambienti originali nel film “When we were kings” (Quando eravamo re), un documentario dell’incontro più drammatico ed emozionante di tutta la sua carriera, quello che fu chiamato “The Rumble in the jungle” (Il Rombo nella giungla), di cui quest’anno si festeggia la 35esima ricorrenza. Il film era diretto da Leon Gast ed è da recuperare in ogni modo. Dicevamo di una vita non sempre piana. Già abbiamo menzionato le discriminazioni razziali nonostante la fama olimpica. Ma per l’America puritana e conservatrice, la sua conversione all’Islam nel 1964, il giorno dopo la vittoria del titolo mondiale dei pesi massimi, fu uno shock. “Credo nella religione dell’Islam, cioè credo che non c’è altro Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il suo profeta. Questa è la stessa religione in cui credono più di settecento milioni di persone di pelle scura in Africa e in Asia”. Malcom X, il carismatico leader nero assassinato nel 1965 ad Harem in circostanze mai chiarite, ebbe molta influenza sulla sua decisione di cambiare vita. “Cassius – scrisse Malcom nella sua autobiografia – era un giovane amabile, cortese, sincero e pratico. Da molti particolari notavo la sua vivacità intellettuale e mi venne subito il sospetto che il suo gigionismo in pubblico fosse voluto”. Così, l’uomo aggressivo e un po’ sbruffone si trasformò nel difensore dei diritti umani, dei più deboli. Il paladino degli afroamericani. “Sono nato negli Stati Uniti ma mi sento africano”, ripeteva sempre dopo la sua conversione. Nel 1967, negli anni della guerra in Vietnam, molti giovani americani vengono chiamati alle armi. Alì è uno di questi, ma rifiuta di arruolarsi. Consegnata agli Annali l’emblematica riposta, alla domanda: “Alì, tu sai dov’è il Vietnam?”, “Sì, in TV”, e non di meno la sua affermazione: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. Il diniego gli costò caro. Dopo il grande clamore in tutto il Paese, Alì dovette subire pesanti ritorsioni, finendo in carcere, poi vedendosi togliere il titolo di campione del mondo, ritirato il passaporto e cancellata la licenza di pugile professionista. In primo grado, i giudici lo condannano a cinque anni di prigione. Resta fermo due anni e mezzo. “In quel periodo stavamo sempre al telefono, e lui continuava a ripetermi che aveva fatto la cosa giusta e che l’avrebbe rifatta nonostante tutto”, racconta Howard. Alì era effettivamente puro e duro. La rivista TIME, lo definisce “un’intrigante combinazione di impertinenza, dolcezza e ingenuità”, aggiungendo che la sua ragazza “svelò che la prima volta che si baciarono, (Alì) svenne”. Nel prosieguo dell’articolo, firmato da George Plimpton, si legge che Alì, “ha probabilmente firmato autografi più di qualsiasi altro sportivo di sempre, vivente o morto. E’ la sua principale attività a casa, lavorando alla sua scrivania. Una volta gli fu negato un autografo da un suo idolo, Sugar Ray Robinson (‘Ciao ragazzo, cos’hai intenzione di fare? Non ho tempo’), e promise solennemente che non si sarebbe mai negato a nessuno”. Nel 1971 Alì torna a combattere. Incontra il nuovo campione dei massimi, Joe Frazier. Si batte come sempre e perde. Due anni e mezzo di esilio dal mondo dello sport pesano. Di lui, negli anni precedenti lo stop, si disse: “Vola come una farfalla e punge come un ape”. Ma Alì non riesce più a danzare. Le sue gambe non sono più le stesse. Perde sul ring, ma pochi mesi dopo vince la sua battaglia giudiziaria: la Corte suprema gli riconosce il diritto all’obiezione di coscienza. Cadono tutte le accuse, anche se i giornali lo dipingono come un pugile sul viale del tramonto. Lui non si dà per vinto. Ricomincia ad allenarsi e a combattere. Su 14 incontri ne vince tredici. L’ultima vittoria è proprio su Joe Frazier: il 28 gennaio del 1974, al Madison Square Garden di New York, batte senza appello lo schiacciasassi che lo aveva umiliato due anni prima. Lo attende ora la sfida con George Foreman, attuale detentore dei massimi, per riprendersi il titolo che gli era stato rubato dai giudici. L’incontro viene ancora oggi trasmesso sui canali sportivi satellitari e nel 2002 è stato inserito al settimo posto della classifica di Channel 4, “i 100 più grandi momenti dello sport”. Il nuovo presidente dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), Mobutu Sese Seko, volle ospitare l’incontro nella sua nazione, attirato dalla visibilità che avrebbe dato al suo paese. Pur di garantirsi l’esclusiva, Mobutu offre tantissimi soldi a Don King per organizzare il match: dieci milioni di dollari del 1974: un capitale! L’incontro era programmato in settembre, ma durante gli allenamenti estivi cui si sottoposero i due sfidanti per abituare i loro corpi al calore e al clima tropicale della nazione africana, Foreman si ferì, la data dovette essere spostata. Si stabilì il 30 ottobre. Foreman era ritenuto dai bookmakers come favorito, e la sua vittoria veniva data fino a tre volte più probabile di una sconfitta. Le quote erano influenzate dall’ultima debacle subita da Alì con Frazier, e dal fatto che Foreman aveva vinto il titolo mondiale battendo proprio Frazier: nell’incontro, l’aveva messo a tappeto sei volte prima di mandarlo KO. Inoltre, Foreman, aveva sconfitto Ken Norton in soli due round, e Norton era il pugile che aveva spezzato la mascella di Alì nell’unico KO della sua carriera. Foreman era dato per superfavorito: i colpi veloci di Alì non sembravano pericolosi per un pugile giovane (22 anni contro i 32 di Alì), di grande massa e forza come Foreman, il quale era considerato il pugile più forte fisicamente mai esistito. Addirittura, gli addetti lo pregarono di non uccidere Alì, tanta era la certezza del risultato atteso. Ma Alì era, oltre che un ostinato combattente, anche un tattico sagace, quale, quel 30 ottobre di 35 anni fa, allo Stade Tata Raphael di Kinshasa, si rivelò. Alì aveva, tra l’altro, il favore del pubblico. Foreman era la forza bruta, ma, contrariamente ad Alì, non si interessava affatto di politica o di diritti civili. Non sapeva nulla della situazione degli afroamericani, l’argomento non lo interessava. E Alì, forte di questa consapevolezza, per tutta la lunghissima vigilia, stuzzicò e provocò Foreman con le sue proverbiali esternazioni, giocando in particolare sul contrasto tra lui, alfiere della causa afroamericana, e l’avversario, nero asservito al volere dei padroni bianchi. Aiutato in questo anche da Foreman, che commise errori strategici, tipo presentarsi nell’attuale Congo con un cane lupo al guinzaglio, lo stesso animale un tempo usato dai colonialisti belgi per controllare e terrorizzare la popolazione autoctona dello Zaire. Quando i due pugili salirono sul ring, i 60.000 erano quindi tutti dalla parte di Alì, pronti a sostenerlo al grido, diventato leggenda, “Alì, boma ye” (“Alì, uccidilo”). La gente lo amava e Alì non li deluse, cominciando subito al primo round ad attaccare il rivale. Strategia insolita per Alì, che era noto più per la velocità e la tecnica che per la potenza. Per la verità, Foreman non rimase inerte, e picchiò duro. Alì, peraltro, aveva avvisato il coach che aveva un piano segreto. Avete presente Rocky-Sivester Stallone che chiama l’avversario ad abbattersi su di lui fino allo sfinimento, per poi riversargli contro ogni residua energia? Beh, come direbbe Renatone, lo chef più simpatico e verace della trasmissione televisiva “La prova del Cuoco”, questa era la ricetta “semplice semplice”. Talmente semplice che funzionò a meraviglia. A partire dal secondo round, si avvicinò alle corde, appoggiandosi al bordo del ring per attutire modo i colpi giustappunto grazie all’elasticità delle corde, e opponendo resistenza minima ai pugni di Foreman. Praticamente smise di colpire l’avversario. Questa strategia passiva fu in seguito denominata da Alì rope-a-dope (letteralmente: “lega un narcotico”, ovvero: “immobilizza un ottuso”). Durante gli scontri diretti, quando i due combattenti si trovavano corpo a corpo, Alì si appoggiava all’avversario con tutto il suo peso, oppure cercava di tenergli la testa abbassata colpendolo sul collo: questa mossa disorientava. Foreman continuò a colpire con forza, nel terribile calore della mattina africana: Alì si limitava a schivare quando possibile, o a bloccare i pugni rendendoli innocui, facendo sprecare energie all’avversario. Dopo alcuni round, Foreman cominciò ad apparire stanco, in particolare al sesto, quando sembrava pressoché esausto. Alì continuava a provocarlo, con frasi come: “mi hanno detto che sai dare pugni, George!”, oppure: “mi hanno detto che potevi colpire come Joe Louis”. All’ottavo round, Alì assestò il colpo finale, un gancio sinistro che alzò la testa di Foreman abbastanza per permettergli di tirare un micidiale diretto al viso. Foreman si immobilizzò, barcollò attraverso mezzo ring e infine si accasciò a terra di schiena. Si alzò quando l’arbitro arrivò a “9”, secondo quanto affermato da Bert Sugar della ESPN Classics e secondo quanto compare dalle pellicole dell’incontro, ma l’arbitro terminò il conteggio fino al “10”. Il gigante era sconfitto. Alì era di nuovo re. Foreman spiegò che la ragione per cui ci volle così tanto tempo per alzarsi era dovuta al fatto che stava aspettando un segnale dal suo allenatore, che arrivò troppo tardi. Poi si produsse in una sequela di accuse: dall’allentamento delle corde, sino alla narcosi per mano degli staff-men di Alì. Solo molti anni dopo, e in seguito a un radicale cambiamento del suo stile e della sua concezione di vita, riuscì ad ammettere che “almeno per quella serata, Alì era stato l’atleta migliore”. Foreman e Alì divennero amici dopo lo scontro. Alla consegna dei premi Oscar dove Alì venne premiato per When we were kings, il campione ebbe difficoltà a salire sul palco per via del Parkinson. Venne aiutato a salire i gradini da Foreman. Qualche anno dopo lo Zaire, perse il titolo mondiale con il giovane campione olimpico Leon Spinks, poi lo riconquistò battendo lo stesso Spinks, e annunciando subito dopo il suo ritiro. Ritornò nel 1980 per tentare di riconquistare il titolo WBC contro Larry Holmes, ma perse per getto della spugna alla decima ripresa. Combatté per l’ultima volta l’11 dicembre 1981 contro Trevor Berbick e perse per decisione unanime ai punti dopo dieci round. Già in quel combattimento apparvero chiari sintomi del Morbo. Ritiratosi definitivamente nel 1981, Muhammad Alì, alias Cassius Clay, rappresenta l’unico uomo nella storia della boxe ad aver riconquistato per tre volte il campionato del mondo dei pesi massimi. Oggi ha 67 anni. Vive nella sua fattoria di 88 acri a Berien Spring, nel Michigan, con la sua quarta moglie Lonnie e nove figli. E’ un uomo forte anche nella malattia. “Alì è lucidissimo ancora oggi. Il corpo non risponde come dovrebbe, ma la mente, la mente è quella di sempre. All’interno niente è cambiato in lui. E’ rimasto un combattente”, dice Howard che continua ad accompagnarlo in giro per il mondo nelle sue missioni umanitarie. “Dopo tutti questi anni ci capiamo perfettamente. Basta uno sguardo, un cenno degli occhi per intenderci. Ora sono io a dover parlare per lui, a dargli la voce. Qualche volta, la sera, quando è stanco, Alì si lamenta. Allora lo prendo in giro. E gli dico: ‘Non è colpa tua se oggi il tuo fisico è al 50% rispetto a prima, ma, credimi, riesci ancora a dare il 100% quando viaggi rispetto a come saresti se tenessi sempre il culo chiuso in casa’. E lui torna a sorridere”. “Oscar Wilde – ricorda Plimpton – rifletteva che uccidiamo le cose che amiamo. Nel caso di Alì era il contrario: ciò che ha amato, in un certo senso, lo ha ucciso. L’uomo che un tempo era il più loquace degli atleti (‘Sono l’unico pugile laureato in poesia’) ora non riesce a dire quasi più nulla: si muove lentamente tra la folla e firma autografi”. In effetti sembrerebbe trattarsi di un uomo destinato ad una lenta, inarrestabile erosione della mente, candidato a un tramonto straziante. E del resto il suo mito è già confezionato. Ma il gong non è ancora suonato. Il match è in corso, e anche se dovesse terminare con una sconfitta, sarà ai punti e non per knock out: Alì concluderà in piedi, e la sua faccia non assaggerà la polvere del tappeto. La morte, di cui la malattia è spesso sordido e severo preambolo, è eternamente giovane e impietosa. Il suo maglio è tremendo e la sua possanza incontrastabile. In confronto, la virulenza di Foreman e la ferocia di Norton sono ben poca cosa. Ma vogliamo immaginare che, come nel mondo immaginario dei fumetti di quel lontano 1978, Muhammad Alì, alias Cassius Clay, sia davvero in grado di sfidare tutto e tutti, siano i superpoteri degli Alieni, sia la perfidia del male, morale oltre che fisico. Allora, ci uniamo al vasto popolo di sostenitori, e gridiamo tutti insieme, “Alì, boma ye, boma ye!”. Uccidi il Parkinson, Alì, fallo per tutti noi. Anche laddove la patologia dovesse prevalere e dettare la sua legge irrevocabile, avrebbe comunque perso, perché la dignità e l’amore sono più forti della morte. Andrea Randighieri |
| Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2009 15:34 |



Quando si dice Muhammad Alì si dice Cassius Clay, e quando si dice Cassius Clay si indica la quintessenza del pugilato, senza confini di spazio né di tempo. Clay era e rimane il Pugile per antonomasia, raro caso di uomo ancora in vita diventato già mito. Al punto che, secondo un sondaggio condotto da Focus Storia – il mensile diretto da Marco Casareto – risulta essere lo “sportivo del Novecento”. 