| Bicentenario di Abramo Lincoln, il presidente che scruta gli americani direttamente dalle banconote |
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| Scritto da Andrea Randighieri |
| Domenica 22 Febbraio 2009 12:20 |
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di Andrea Randighieri Abramo Lincoln, che con Darwin semmai aveva un'affinità nell’essere nipote di uno scienziato che aveva già studiato l’evoluzione, era figlio di un agricoltore quasi analfabeta del Kentucky e di una madre altrettanto priva di una formale educazione. Torna d’attualità non solo per il bicentenario della nascita, ma anche per l’evocazione costante da parte del primo presidente nero, Barack Obama, che evidentemente vede in lui un antenato putativo. O forse, più semplicemente, Abramo Lincoln non è mai stato giù di moda: Lincoln guarda ancora oggi l’America dalle banconote e dalla coscienza. C’è ed è ovunque. Nei palazzi del potere, nelle strade, nei comizi, nella vita di ogni giorno, nei telegiornali. A Washington e nell’ultima contea del Montana. “No Lincoln, no Nation”, dice l’intellettuale Christopher Hitchens. Duecento anni dopo, gli Stati Uniti sono pieni del presidente Abramo. E’ un’eredità politica, culturale, sociale: Lincoln non piace a tutti, ma è considerato il personaggio più importante della storia Usa. “Il più grande americano” ha scritto l’Atlantic Monthly nel 2005, considerandolo più di Washington, Jefferson, Roosevelt. Non è per caso che la Statua della Libertà sia stata concepita nel 1865 dal costituzionalista francese Edouard de Laboulaye in risposta all’assassinio di Abraham Lincoln, quindi donata all’America nel 1876, anniversario dell’Indipendenza. Lincoln rimane il leader più conosciuto e più idealizzato della storia americana come simbolo dell’American Dream: unità patriottica, intraprendenza individuale, etica del lavoro e universalismo democratico. E’ per ciò che gli americani di oggi, segnati da una crisi profonda, vedono nel bicentenario della sua nascita un’ottima occasione per rinverdire quella che ritengono la loro perenne missione in difesa dei diritti civili, della libertà e del governo democratico. Anche se, a onor del vero, per gli americani Barack Obama è l’eroe numero uno: il presidente degli Stati Uniti ha battuto per la prima volta Gesù in un sondaggio dell’Harris Institute pubblicato sul Chicago Sun Times. Nella top ten, in ordine discendente dopo Obama e Gesù, seguono Martin Luther King, Ronald Reagan, George W. Bush, lo stesso Abraham Lincoln, John McCain, John F. Kennedy, il pilota del volo United Airlines miracolosamente ammarato sul fiume Hudson il mese scorso, Chesley Sullenberger, e Madre Teresa di Calcutta. Ma Lincoln rimane una figura mitica, un simbolo istituzionale. Quel che è certo è che fu un eccellente oratore, senz’altro il primo vero presidente oratore della storia americana, visto che i predecessori erano per lo più combattenti. A parte la capacità di affabulazione, Lincoln era anche una persona tenace e accorta, con una visione della politica venata persino di ambientalismo, se pensiamo che (anche per questo che Obama vi si ispira così sagacemente) nel 1864, un anno prima del suo assassinio, ebbe il tempo di istituire il primo parco naturale al mondo, firmando, il 1° luglio, un decreto che prevedeva la cessione degli alberi allo Stato della California “per il beneficio del popolo, a suo svago e ricreazione, perché siano sempre inalienabili”. Quelle gigantesche sequoie, i mammoth trees, non erano solo un’attrattiva turistica. Non ebbero, infatti, un trattamento indulgente, vista la scarsa sensibilità dei coloni, che nel disboscamento vedevano quasi un dovere civico per consentire alle loro mandrie un pascolo più agevole, e considerato che gli alberi e il loro corredo di arbusti erano stati ed erano ancora il nascondiglio dei nemici per eccellenza, cioè quegli indiani che avevano avuto il torto di vivere su quelle terre prima di chiunque altro. Ebbene, con spirito ecologico e patriottico insieme, il senatore californiano John Connes, il governatore Frederick Low e il rinomato geologo Josiah Whitney suggerirono di fare un gesto esemplare: quei mastodontici alberi dovevano rimanere a significare un momento di orgoglio e di identità nazionale. Così nacquero il parco e l’idea della tutela del territorio, battezzando le sequoie di più grande dimensione con i nomi dei più celebri eroi della nazione, “Daniel Webster” o “Andrew Jackson”. E così ancora oggi, mentre Obama prospetta nuove mete per la salvaguardia dell’ambiente, il più grande albero degli Stati Uniti ha un nome: “General Sherman”. Un Lincoln ambientalista, insomma. Ma non solo. Dicevamo della sua capacità oratoria, indubbiamente frutto di una puntigliosa istruzione, impreziosita dall’esperienza come ufficiale nell’Esercito durante la Guerra di Aquila Nera, da successive imprese politiche e commerciali e da un'attività forense per la quale godette di ottima reputazione. Non c’è un solo storico americano oggi che non dica che il Gettysburg Address, presso il cimitero di guerra, il 1° gennaio 1863, non sia l’esordio della nuova retorica americana: “Il mondo noterà appena, né ricorderà a lungo ciò ch’essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al gran compito che ci è di fronte: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra”. Ogni saggio, ogni evento ricorda il discorso di Gettysburg: “A New Birth of Freedom”, una nuova alba della libertà. Alla National Portrait Gallery espongono le sue maschere scultorie e le fotografie più famose; all’American History Museum è stata appena aperta una mostra sulla sua vita “straordinaria”; il Ford’s Theatre, ove avvenne l’omicidio, già restaurato, sta per essere riaperto; e l’American Art Museum dedica una sala al suo ballo inaugurale, con gli inviti e i menu originali in bella mostra. Sbagliato o giusto che sia, tutto questo testimonia della volontà strenua di aggrapparsi a una fonte di energia primaria per non affondare nel vortice mortale della depressione, non soltanto economica. Christopher Hitchens l’ha spiegato in questi giorni: “Lincoln è stato il primo a cambiare l’America: prima si diceva United States are, con lui s’è cominciato a dire United States is. Singolare, invece di plurale”. Nazione. Unione. Con Lincoln, assume un ruolo pubblico anche la figura della consorte del presidente. La First Lady come la conosciamo oggi è eredità diretta di Eleanor Roosevelt, ma lei prese spunto e aggiornò l’icona femminile di Mary Todd, prima signora a comparire stabilmente accanto al marito nelle uscite pubbliche, a farsi fotografare con Abramo, a lasciare che le cronache private dell’epoca raccontassero la loro vita privata e le loro passioni. Con lei fu inaugurata la tradizione di rivelare il menù del pranzo d'insediamento. La presidenza del New Deal avrebbe trasformato tutto questo in qualcosa di nuovo, che però senza il precedente di Mary forse non ci sarebbe mai stato. Il revisionismo anti-lincolniano ha contestato anche questo. Oggi nessuno lo fa più. Anche la nascita dei consulenti è considerata una sua idea. Abramo si circondò di aiutanti, collaboratori, consiglieri. Così ebbe origine il celeberrimo team of rivals, ovvero il suo gabinetto. Altro punto cardine della presidenza Lincoln rimasto intatto e immutato: l’Amministrazione americana è sfaccettata da allora, da quando lui scelse un gruppo di ministri eterogeneo e fatto di gente incompatibile. L’America ha aggiornato l’edizione della “squadra di rivali” a ogni presidenza: l’ha avuta Kennedy, l’ha avuta Clinton, ce l’ha Obama. Fa parte del Dna della politica di Washington. A proposito del presidente attualmente in carica, l’arrivo in treno da Filadelfia, il menu con i patti di Mary Todd, lo show musicale al mausoleo nel Mall, i quadri di Thomas Hill alla Casa Bianca, la Bibbia del 1861 per giurare al Campidoglio e il titolo delle celebrazioni tratto dal discorso di Gettysburg: “Una nuova nascita della libertà”, l’insediamento di Obama è avvenuto interamente nel segno di Abraham Lincoln, il 16° presidente, al cui messaggio sulla necessità di “Unire la casa divisa” si richiama sin da quando si è candidato alla Casa Bianca parlando da Springfield, Illinois, il 10 febbraio 2007. Una serie di omaggi senza dubbio sinceri e comunque obbligati. Non farlo avrebbe deluso milioni e milioni di americani. Obama ha ipotizzato che se non fosse per Lincoln, gli americani di pelle simile alla sua sarebbero discriminati tuttora nella vita quotidiana e l’idea stessa che un afroamericano potesse insediarsi alla Casa Bianca sarebbe stata consegnata agli angoli della fantascienza o della preghiera. E’ tutto comprensibile, qualcuno direbbe lapalissiano. Inaugurando l’Emancipazione, sempre a Gettysburg, in quel lontano luglio 1863, Lincoln ricordò che “i nostri avi hanno costituito una nuova nazione, concepita nella Libertà, e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali”. Ma i decreti di emergenza adottati da George W. Bush, che Barack Obama si è impegnato ad annullare, potrebbero teoricamente portare la firma in calce di Abramo Lincoln. L’emergenza di oggi si chiama “terrore” e porta tutti gli americani col pensiero alle Twin Towers, a Bin Laden e alla minaccia nucleare iraniana, che fonti di agenzia dicono essere concretizzabile, a meno di un intervento “preventivo” (terminologia di profilassi bellica cui ci ha introdotti giustappunto Bush junior), nel giro massimo di un anno. Quella di allora, evidentemente, era la guerra civile americana, o meglio, dall’angolo prospettico di Washington, la Secessione. E Lincoln sentì il dovere di reprimerla con tutti i mezzi, a cominciare da quelli militari e a prendere tutte le misure che potessero facilitare la realizzazione di questa scelta e soprattutto che eliminassero gli ostacoli, in primo luogo costituzionali. Bush, nel suo piccolo, non ha ragionato diversamente. Anche Lincoln aveva i suoi Cheney, i suoi Rumsfeld, i suoi Ashcroft, i suoi Gonzales. Dal punto di vista della correttezza costituzionale anzi, si comportò probabilmente peggio. Sapendo che in Congresso avrebbe incontrato impedimenti, rinviava ogni volta che poteva la sua convocazione, conservando così nei momenti in cui senatori e deputati erano in “vacanza” poteri quasi dittatoriali. Ed egli li usò in pieno. Anzi, ne abusò. Non solo e non tanto nel Sud secessionista, territorio nemico da conquistare e in cui instaurare necessariamente dei regimi militari provvisori, quanto nel Nord, dove la guerra non c’era, ma dove potevano annidarsi, Lincoln ne era convinto, dei “complici” della sedizione. Quindicimila cittadini degli Stati Uniti finirono – con prove o senza prove – in carcere sotto l’accusa di “sovversione” e di “intelligenza con i ribelli”. I giornali tacciati di “disfattismo” vennero soppressi. L’habeas corpus, (dal latino “che tu abbia il corpo”, sostanzialmente il diritto del prigioniero di poter far ricorso per difendersi dall’arresto illegittimo, che è il pilastro della democrazia americana), fu praticamente sospeso. Le leggi furono “scavalcate” anche in materia militare: Lincoln proclamò senza l’autorizzazione del Congresso il blocco dei porti confederati, stanziò fondi per l’esercito senza copertura di bilancio, chiamò alle armi quaranta reggimenti senza consultare il Parlamento e, quando la Corte Suprema tentò di protestare, la ignorò. Insomma, un uomo solo al comando, potremmo dire parafrasando la descrizione che di Fausto Coppi diede Marco Ferretti in una celebre cronaca radiofonica. I motivi che Lincoln adduceva erano molto simili, anche nella scelta delle parole, a quelli che Bush avrebbe invocato dopo l’11 settembre, prima e durante la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la proclamazione del diritto degli Stati Uniti a condurre l’”enduring freedom”, la guerra preventiva per il procacciamento della libertà permanente, e le prigioni segrete della Cia, Guantanamo e le torture. Quella di Bush era una sorta di crociata democratica contro l’Asse del Male. Lincoln sapeva bene che una delle conseguenze della guerra sarebbe stata l’emancipazione degli schiavi, ma non ne proclamò mai la libertà fino a quando la vittoria non fu certa. Disse anzi più volte che degli schiavi gli importava relativamente: “Il mio obiettivo è salvare l’Unione, non debellare la schiavitù. Se potessi salvarla senza liberare un solo schiavo, lo farei. Se per salvarla dovessi liberare tutti gli schiavi, li libererei”. La sola cosa che contava per lui era la riconquista del Sud fino all’ultimo miglio quadrato, il suo strumento la guerra totale, di un genere che l’Europa avrebbe conosciuto il secolo successivo. Compresa la terra bruciata, che si faceva a mano e metro per metro, che 150 anni dopo si sarebbe chiamata “colpire le infrastrutture”, ma che in quel mondo agricolo significava la distruzione dei raccolti e l’incendio delle città, casa per casa e con la torcia, preceduta dall’espulsione degli abitanti. E’ altresì rivelatrice la sua lettera scritta a James Conkling, amico e confidente, il 26 agosto 1863, che conteneva il seguente estratto: “[…] La guerra è progredita in modo a noi favorevole dall’annuncio della proclamazione. So, per quanto sia possibile conoscere le opinioni degli altri, che alcuni comandanti delle nostre armate in campo, che ci hanno dato i successi più importanti, credono nella politica e nell’emancipazione e l’uso delle truppe di colore costituisce il colpo più pesante finora sferrato alla Ribellione, e che almeno uno di questi importanti successi non sarebbe stato raggiunto se non fosse stato per l’aiuto dei soldati neri”. D’altro canto, gli oppositori politici, “il partito della pace” che aveva per leader il senatore Vallandighan, furono deferiti a una corte marziale che li condannò al carcere per tradimento. Lincoln profeta della Libertà, ma con un lascito che l’America s’è presa a costo di seicentomila morti nella Guerra di Secessione, che per i nostalgici dei Confederati (i sette Stati che, fra il dicembre 1860 e il febbraio 1861, avevano dichiarato la propria secessione dagli Stati Uniti d’America) sono tutti sulla coscienza di Abraham. Due pesi e due misure: di rado non vi si fa ricorso. E’ curioso, però, che, in un momento in cui addirittura si parla (anche in congresso) di processare i responsabili delle violazioni negli anni di Bush per “crimini di guerra”, nessuno abbia ancora invocato il precedente più augusto e famoso. Dicevamo dell'improbabile riuscita dell’accostamento dei due “gemelli” della Storia che conta, Darwin e Lincoln. Scienziato e ateo il primo; politico e credente il secondo. Del resto, la scienza cresce su sé stessa, inesorabilmente, e piuttosto spaventa per l’accelerazione difficile da controllare. Invece la politica non è andata avanti. Sì, lo schiavismo è stato superato, almeno a parole, perché non c’è più una società al mondo che l’ammetta o lo pratichi apertamente. E tuttavia assistiamo all’esodo di enormi masse di diseredati che, profughi o emigranti clandestini, patiscono uno sfruttamento che nemmeno i confederali americani avrebbero tollerato. Il celebre discorso di Gettysburg, dove settemila uomini erano morti nella battaglia culminante della guerra civile, era certo alto e nobile, perché prometteva “il governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo”, ma avrebbe potuto essere già attuale nell’età di Pericle, e resta ancora oggi una promessa. Se la scienza avanza in linea retta, la politica gira intorno a sé stessa, e spesso si ritrova al punto di partenza. La scienza cresce in progressione geometrica, mentre la politica è la fatica di Sisifo, costretto in eterno a riportare al monte la pietra che rotola a valle. Proprio perché la scienza non ha contenuto etico (come l’arte, se il poeta britannico Wystan Hugh Auden diceva che “nessuna poesia ha salvato un solo ebreo dalle camere a gas”), tocca alla politica farsi carico del mondo. Simbolicamente, infatti, Darwin morì nel suo letto, mentre Lincoln fu ammazzato prima che finisse il mandato. “Ecco perché – è la conclusione cui giunge Simon Jenkins, giornalista del Guardian, uno dei migliori columnist d’oggi – Darwin ha la mia ammirazione, ma Lincoln il mio voto”. “Forse vale anche la tesi opposta – commenta Alessio Altichieri, redattore del Corriere della Sera - : poiché la politica non è in grado di risolvere definitivamente alcun problema (la democrazia, come sappiamo, va difesa ogni giorno), almeno la scienza ci dà risultati concreti”. Nell’attesa che concretezza di risultati venga offerta anche dalla politica, a cominciare da quella americana, spesso nevralgica per le sorti del mondo, e mai tale come in questo momento, senza sterili idealizzazioni possiamo continuare a guardare la faccia di Lincoln non soltanto sulle banconote da cinque dollari, sulle monete da un centesimo o nel Monte Rushmore, dove la si può ammirare scolpita unitamente a quella di George Washington, Thomas Jefferson e Theodore Roosevelt, ma soprattutto nel fondo della nostra coscienza, ravvisando in questo uomo longilineo (è stato il presidente più alto nella storia degli Usa, con un’altezza di 192 cm.) una figura nobile, anche se non scevra da pecche. Sappiamo tutto sulla finitudine umana, dobbiamo ancora imparare a conoscere, e impiegare, il buon senso e la forza del collettivo. Solo a queste condizioni potremmo evitare proiezioni di speranza in qualsivoglia messia, bianco o nero sia il colore della sua pelle, perché sarebbe solo un chimerico e ingenuo abbandono delle responsabilità individuali. Solo allora, potremmo assistere a una “Nuova alba della Libertà”, perché i successi dei leader avvengono esclusivamente con il contributo fattivo della popolazione. Andrea Randighieri |
| Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Marzo 2009 14:18 |



Il 12 febbraio 1809 ebbero i natali due illustri personaggi: Charles Darwin e Abramo Lincoln. Il primo uno scienziato, l’altro il sedicesimo presidente degli Stati Uniti e dunque un politico. Fare parallelismi tra i due sarebbe impervio e improprio, dacché scienza e politica non necessariamente hanno punti di convergenza. E in ogni caso, di Darwin abbiamo già ampiamente trattato. Parleremo piuttosto di Lincoln, che per i profani della Storia, è il presidente americano il cui volto campeggia sulle banconote da cinque dollari, i cosiddetti “verdoni”. 