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100 anni dopo la morte, Geronimo terrorizza anche Obama! PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Randighieri   
Venerdì 20 Febbraio 2009 18:21

George W. Bush e Obama, il primo che esce dalla Casa Bianca con un fardello di fallimenti e accuse trasversali, il secondo che vi entra con un carico di promesse e spot elettorali da concretizzare di fronte a una grave crisi mondiale ma prima di tutto americana. Entrambi, peraltro, accomunati dagli strali di Harlyn Geronimo, pronipote del leggendario capo dei pellerossa Apache, desideroso di poter ottenere ciò che resta delle spoglie del suo avo per seppellirlo secondo i riti indigeni affinché il suo spirito abbia finalmente pace. Si dà il caso, infatti, che i resti del bisnonno, a parere di Harlyn sepolti in parte a Fort Sill, nell’Oklahoma, e in parte a Yale, nel 1918 siano stati trafugati.

di Andrea Randighieri

Precisamente, il suo teschio sarebbe stato asportato da Fort Sill da parte dell’Ordine “Skull and bones” (Teschio e Ossa) degli studenti dell’università di Yale, su iniziativa, tra gli altri, di Prescott Bush, nonno del penultimo presidente. Bush padre e Bush junior, secondo Harlyn, ne sarebbero al corrente, ma sono tenuti al segreto. “Il bisnonno voleva essere sepolto dove nacque, nel nuovo Messico – ha affermato – il suo spirito vaga irrequieto”.

Di là dalla querelle politico-giudiziaria, dacché Harlyn ha esposto querela contro il presidente in carica, Barack Obama, il ministro della difesa Gates, l’Università di Yale e il misterioso Ordine “Teschio e Ossa”, legato a tre generazioni di Bush, resta la curiosa coincidenza tra il momento della rivendicazione e il cadere del centenario della morte di Geronimo, avvenuta il 17 febbraio 1909. In qualche modo, questo sciamano e valoroso guerriero fa discutere di sé anche a cento anni dalla sua scomparsa, e se il suo spirito è irrequieto da morto, non lo era meno da vivo.

Cresciuto con la passione per la caccia degli orsi – è lo stesso Geronimo che si racconta in un’autobiografia dettata a tre anni dalla sua morte, e accolta dal ministero della guerra con un disagio tale che il presidente Roosevelt fu costretto a concedere personalmente il permesso di pubblicarla – nel sud dell’Arizona, vicino al fiume Gila (nuovo Messico), che secondo le mappe era allora parte del Messico ma che la sua famiglia considerava terra degli Apache Bedonkhoe (Geronimo era invece un Apache Chiricaua), il nostro probabilmente sarebbe entrato anonimamente nel folto elenco dei nativi d’America soggiogati e decimati dai colonizzatori bianchi e mai consegnato agli Annali della Storia che conta, se la “tigre vestita da uomo” che allignava in lui – come lo definì il generale Crook – non fosse stata risvegliata dalla ferocia sterminatrice di 400 messicani che, armi in pugno, guidati da Josè Maria Carrasco, trucidarono sua moglie Alope, i loro tre figli e sua madre nell’estate del 1858, quando il futuro “angelo vendicatore” non aveva ancora trent’anni.

Geronimo, come lo chiamavano i messicani – si trattava di un soprannome, la versione in lingua spagnola di “Girolamo” – in realtà si chiamava “Gojlaye”, che nella lingua chiricaua significa: “Colui che sbadiglia”, forse a testimonianza di un’indole originariamente paciosa. Semmai fu questa l’origine del nome, di certo pace e compromesso (con i bianchi) erano vocaboli alieni a un uomo privato brutalmente dei suoi affetti. Tanto che la vendetta divenne per lui una sorta di “missione”, portata a termine con successo nel corso di una battaglia furiosa, durata più di due ore, che, pur comportando parecchie perdite anche tra i suoi, inflisse una severa punizione a due compagnie di cavalleria e di fanteria, tra i quali, con massima gioia di Geronimo, erano presenti anche gli assassini della sua famiglia. La forza leonina con cui combatté gli valse la nomina entusiasta, da parte degli altri guerrieri, di condottiero sul campo.

Nella sua autobiografia, Geronimo racconta che per vendicare i suoi, chiese aiuto al capo Cochise della tribù Chokonen: “Siamo uomini come i messicani e faremo loro ciò che hanno fatto a noi - scrive – Combatterò in prima fila; vi chiedo solo di seguirmi per vendicare il male che ci hanno fatto i messicani. La mia gente è stata assassinata e io sono pronto a morire, se necessario”.  Da quel momento in poi Geronimo dovette gestire una battaglia più aspra, a livello interiore: deporre o tenere in pugno l’ascia di guerra? Se da un lato la sete di vendetta era stata placata, col corredo di numerose razzie nel Messico che guidò personalmente, alleato ad altri valorosi capi indiani quali Cochise, i misfatti subiti  durante la guerra di Secessione da parte di canaglie che, per evitare i rigori della legge, si rifugiarono nei territori di confine, e soprattutto, la morte di Cochise, fecero sì che le cose diventassero insopportabili. Quindi Geronimo, dopo essere in un primo tempo ritornato nella riserva, la lasciò con circa 80 guerrieri, e riprese la guerra contro gli americani e i messicani. In questi anni Geronimo conobbe le patrie galere. La prima volta fu nel 1877, ma venne liberato solo quattro mesi dopo.

Successivamente, il livore non sopito verso i bianchi gli procurò, per mezzo di un carisma indubbiamente contagioso, un discreto seguito. Nell’aprile del 1882, Geronimo e i guerrieri con cui l’anno prima aveva abbandonato la riserva di San Carlos, erano riusciti a tornare negli Stati Uniti, e da 76 unità (Geronimo compreso) si passò a 300. Le guarnigioni dei forti vennero adeguate, consci del pericolo di tanti Apache liberi, ma ci volle la pazienza e la diplomazia del pur rozzo ma onesto generale Crook, per convincere Geronimo ad accettare di far ritorno nella riserva.  Le alte sfere del comando militare a stelle e strisce, però, non erano paghe: esigevano a tutti i costi la testa del temuto indiano.

Fu proprio grazie a una “soffiata”, per impedire l’arresto e l’impiccagione, che nel 1885 Geronimo e altre 130 persone lasciarono di nuovo la riserva. Crook scelse la prudenza ed evitò spedizioni punitive. Geronimo, dal canto suo, trasformò il Sud Ovest, con una manciata di uomini, in un inferno. Dopo un’ennesima cattura, Geronimo si accordò col generale Crook  e si arrese a condizione  che, dopo due anni di carcere in Florida, avrebbe potuto tornare nella riserva. Crook glielo promise, ma il suo superiore, generale Sheridan, dichiarò nulla la condizione, inducendo Geronimo a darsi nuovamente alla macchia. Crook, giudicato troppo “disattento” e accondiscendente, fu costretto a lasciare l’incarico del dipartimento dell’Arizona. Il suo successore fu il generale Miles, un ufficiale dinamico e spiccio, che sguinzagliò  5000 soldati e 500 scouts indiani per inseguire Geronimo e i suoi guerrieri, ridotti a non più di due dozzine.

Questa caccia selvaggia si protrasse per mesi e Geronimo  e i suoi si segnalarono con veri e propri atti di eroismo contro la schiera di inseguitori che, tra volontari e messicani, erano diventati ormai più di 10.000. Nell’agosto del 1886 Geronimo era stanco di combattere e trattò con il luogotenente Gatewood, ma tutto quello che quest’ultimo poteva offrire era una capitolazione incondizionata e il trasferimento in Florida, dove gli apache avrebbero atteso le decisioni del presidente. Geronimo e il capo indiano Naiche si consultarono e decisero di arrendersi. Il 3 settembre ebbe luogo, a Sheleton Canyon, l’incontro con il generale Miles che rese ufficiale la resa. Tutti i Chiricaua furono trasferiti in Florida, in cui vissero in condizioni penose per otto anni, e nonostante le promesse di non dividerli dalle loro famiglie, Geronimo e i suoi guerrieri furono mandati a Fort Pickens, mentre le donne e i bambini furono mandati a Fort Marion. Otto anni dopo furono trasferiti a Fort Sill dove, nonostante le condizioni di vita fossero migliori, gli Apache – che formalmente erano prigionieri di guerra – avevano grande nostalgia del loro paese.

Geronimo rivolse quindi un’accorata petizione al presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt: “Nel trattato con il generale Miles – scrive – ci dichiarammo disposti ad andare in un territorio fuori dall’Arizona e a imparare una vita simile a quella dei bianchi". Ora credo che la mia gente sia in grado di vivere rispettando le leggi degli Stati Uniti e vorremmo riavere la libertà di tornare nel paese che ci appartiene per diritto divino”. Il desiderio di Geronimo fu esaudito solo in parte. Non poté, infatti, vedere il ritorno della sua tribù in prima persona. Il presidente Roosevelt, per il cui insediamento nel 1905 Geronimo si era recato a New York, cavalcando davanti a lui durante la parata inaugurale, fece la vana promessa che avrebbe parlato  del caso alle autorità competenti, aggiungendo però di non nutrire  molte speranze. Ora il terribile Apache costituiva l’attrazione maggiore di Fort Sill. Il feroce guerriero era stato ammansito, ridotto a un pacifico contadino, accudito dalla moglie malaticcia e pieno di attenzioni per i suoi figli e per i fratelli della tribù della riserva di San Carlos, cui amava scrivere affettuose lettere. Questo addomesticamento ebbe il suo apice nella conversione al cristianesimo, nel 1903, che fece di lui un assiduo e azzimato frequentatore domenicale della chiesa .

Nel 1905 Geronimo si sposò per l’ultima volta. Lo stesso anno prese parte all’ultima caccia al bisonte, organizzata come uno spettacolo. Nel 1908 girò per qualche mese il paese con il Pawnee Bill’s Wild West Show. Si racconta che vendesse i bottoni d’ottone della sua giacca per un dollaro l’uno, come souvenir, e che l’astuto capo, durante la notte, ne riattaccasse di nuovi. Un secolo fa, il 17 febbraio 1909, Geronimo morì in una piccola capanna, vicino all’ospedale di Fort Sill. Una cavalcata nel maltempo di qualche tempo prima gli fece contrarre una grave polmonite.

Appena prima della sua morte fece mettere il basto (una rozza sella imbottita, con arcioni alti) e imbrigliare il suo cavallo, poi afferrò le redini. Alla sua morte, il cavallo fu ucciso. A cento anni di distanza l’interrogativo rimane: demonio o mistico? James Riding, docente di Studi indiani dell’Università dell’Arizona, sottolinea che da molti bianchi Geronimo fu considerato un terrorista, ma per la sua gente è stato un combattente della libertà. “Divenne leggendario per la sua battaglia contro il colonialismo – dice il professore – la sua lotta alla testa di un piccolo gruppo per difendere la cultura Apache rappresenta un lascito di resistenza e tenacia”.

Anche per Marlon Sherman, specializzato in Studi sui nativi nordamericani dell’università di Humboldt, Geronimo è stato un leader spirituale, uno sciamano con una grande esperienza nel campo della medicina tradizionale. Dopo l’eccidio dei famigliari nasce l’immagine  a tinte fosche di Geronimo, considerato da molti “un selvaggio sanguinario, crudele e inumano”, sottolinea Sherman. Lo studioso osserva poi di non sapere se siano “vere tutte le atrocità imputate a Geronimo, ma in ogni caso non si è voluto fare luce sulle barbarie commesse dai soldati americani e messicani contro gli Apache”.

A dare una mano è stata anche l’industria cinematografica, con i tanti film sui pellerossa malvagi e nemici. Anche in “Ballando coi lupi”, il film con Kevin Costner che tenta di riscattarne l’immagine, osserva Sherman, il protagonista è comunque “un uomo bianco che è un pellerossa migliore degli stessi pellerossa”.

Geronimo è stato un capo tenace e accorto, intelligente e valoroso, rispettoso e generoso. “Si è sempre considerato un esperto della medicina e della guerra, ma non un capo assoluto – dice il professore – Era un uomo molto umile nei confronti dei compagni di battaglia”. Forse è anche per questo che nel 1940, la notte prima del loro primo lancio, i paracadutisti di Fort Benning,  allorché videro un film su Geronimo, cominciarono a gridare il suo nome durante i lanci. Quanto alla sua conversione dell’ultima ora al cristianesimo, secondo il professor Sherman si è trattato di “convenienza, per mantenere la pace con la sua gente. In privato – assicura l’esperto – ha continuato a professare la sua religione”.

Riding è d’accordo con Sherman: “Era Apache nel profondo del cuore”.

In ogni caso, la conversione al cristianesimo, autentica o posticcia che fosse, non fu premiata con il ritorno alla sua terra natale. In definitiva, possiamo dire che Geronimo fu uno spirito tanto appassionato dall’amore per le sue origini e i suoi fratelli, quanto roso dal tormento per l’ingiustizia dei bianchi, un tormento così acuto che, malgrado sia passato un secolo, continua a scuotere le coscienze degli americani, e in ultimo, per bocca e per mano del pronipote Harlyn, rischia di aggiungere una preoccupazione alla lista già nutrita dei problemi da risolvere per Obama e la sua amministrazione.

Nell’anno delle ricorrenze importanti, ricordare Geronimo non è un orpello storiografico, ma un atto dovuto verso chi crede nel diritto e nell’ordine sociale. Forse “colui che sbadiglia” ha qualcosa da insegnare a tutti noi.

Andrea Randighieri

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Marzo 2009 17:22