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La "vendetta" dei Nativi, con l'approvazione di Tex! PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Randighieri   
Mercoledì 09 Giugno 2010 14:37

Le lotte si vincono quando non si getta la spugna, quando si persegue un ideale nel quale si è fortemente creduto. Le lotte si vincono quando si ha il coraggio delle proprie azioni e, in questo caso, delle rivendicazioni. Stiamo parlando dei Nativi d'America. Preferiamo chiamarli così piuttosto che Pellerossa o Indiani, termini vagamente spregiativo il primo e geograficamente inadeguato il secondo.

di Andrea Randighieri

Ci si dimentica facilmente che i veri Americani sono loro, quegli autoctoni che il Cinema e la letteratura Western ha ritratto per decenni come selvaggi crudeli e sanguinari meritevoli solo di colonizzazione e sterminio. Diversamente dal trend di sempre, soltanto gli ultimi film, capostipite dei quali è "Balla coi Lupi", hanno reso giustizia ai "selvaggi" proponendoceli nella loro dimensione affettiva, uomini capaci di odiare, senza dubbio, ma anche di amori e tenerezze, non per ultimo verso la loro terra, le sterminate praterie, la caccia ai bisonti, la pesca e quanto più accomuna noi tutti mortali a prescindere dal colore della pelle e dal ceto sociale. Anzi, spesso, nella tarda retrospettiva di poi, emergono elementi come l'astuzia, l'intelligenza, la saggezza antica, il ritualismo come espressione profonda di senso del sovrannaturale, e un sacro rispetto della natura.

Un contributo in questo senso l'ha dato anche un certo tipo di fumetto, con chiaro riferimento al Tex di Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galeppini, che è stato concepito come anche amico dei Nativi, sino a sposare una di loro (persa prematuramente) per poi diventare Capo indiscusso della tribù dei Navajo, assumendo il titolo di "Aquila della Notte", e in ogni caso fedele paladino dei diritti di ogni Nativo d'America. Anche questo capovolgimento, sebbene confinato al mondo della china, ha contribuito a rettificare la prospettiva dalla quale i cosidetti "Indiani" sono sempre stati considerati. Forse che Obama e la sua amministrazione siano inconfessati fan di Tex? Se questa ipotesi apparentemente bizzarra fosse più di una mera congettura, considerando il carisma del Presidente degli States non ci sorprenderemmo più di tanto. In fondo Tex è o non è il più temuto Ranger di tutta l'Arizona? E l'Arizona non è parte integrante degli Stati Uniti d'America? Dunque... Seriously, rendiamo a Cesare quel che è di Cesare e ai Nativi ciò che è dei Nativi. E' di oggi la notizia di un maxi risarcimento nei loro confronti pari a 3,4 miliardi di dollari che il Congresso Usa sta per approvare per la confisca illegale dei terreni avvenuta nel 1880. Il presidente di allora, Rutheford Birchard Hayes, sancì la decisione del governo statunitense di smembrare le terre (oltre 40 milioni di ettari), dove prima vivevano e cacciavano senza pericoli e preoccupazioni.

Gli appezzamenti vennero suddivisi in lotti che andavano dai 30 ai 60 ettari e dei quali i Nativi rimasero proprietari solo nominalmente. La realtà era ben diversa: ritenuti incapaci di amministrare quanto Madre Natura aveva loro donato, il governo avocava a sé ogni diritto di gestione e sfruttamento delle terre, ricompensando i Nativi con una cifra irrisoria. Quelle terre davano petrolio, materie prime e importanti tratti stradali, insomma danaro in quantità: oltre 400 milioni di dollari (iniziali) che finivano nelle casse del Tesoro, nel conto "14X6039". Così, mentre gli usurpatori arricchivano, i "pellerossa" affossavano sempre più nella povertà. Infatti, negli ultimi cento anni, dagli archivi federali scompaiono i dati relativi ad almeno sedici milioni di ettari di terreno, in sostanza il governo non è più in grado di risalire ai proprietari e decide di sospendere il pagamento delle rendite. Dal 1915 a oggi vengono inoltre riscontrati una serie di illeciti nella gestione del dipartimento del Tesoro, degli Interni per gli affari degli Indiani, e del Minerals Management Service, la stessa agenzia finita nel mirino delle inchieste sul caso Bp. Nel 1994 scatta una maxicausa legale, anche se i ministri degli Interni di Bill Clinton e di George W. Bush non vanno fino in fondo.

Tanto che il giudice distrettuale Royce Lamberth che ha seguito il procedimento per oltre un decennio parla di «irresponsabilità del governo nella sua peggiore forma». Secondo le stime più recenti, l’ammontare complessivo di fondi che non sono mai stati pagati agli indiani sarebbe di circa 150 miliardi di dollari, la stessa somma indicata nella causa giudiziaria oggi vicina alla conclusione. A guidare la crociata dei «Nativi» è stata Elouise Cobell, membro della tribù dei Piedi Neri del Montana, la banchiera dalla pelle rossa fondatrice nel 1987 della prima banca nazionale che fa capo a una riserva indiana. Con un piccolo team legale guidato da uno specialista della finanza, Dennis Gingold, Elouise consente l’avvio di oltre 3600 cause giudiziarie; neppure la causa antitrust di Microsoft è stata così complessa per il governo Usa. Ma il suo percorso non è facile, il giudice Lamberth viene rimosso dal suo incarico per aver usato un linguaggio troppo duro nei confronti delle istituzioni, e il successore, James Robertson, stabilisce alcuni anni fa un risarcimento di appena 476 milioni di dollari, ben poco rispetto ai 48 miliardi richiesti dalle parti in causa.

Il problema entra anche nella campagna presidenziale del 2008: l’allora candidato democratico Barack Obama, e il rivale repubblicano John McCain, promettono una rapida soluzione. Con la nuova amministrazione, i ministri della Giustizia, Eric Holder, e degli Interni, Ken Salazar, si muovono in questo senso e a dicembre si giunge all’accordo sui 3,4 miliardi di dollari: 1,4 miliardi saranno distribuiti agli indiani con assegni da 500 a 1500 dollari, due miliardi serviranno per l’acquisto delle terre dagli indiani stessi ai quali nel frattempo saranno restituite. Nessuno è però costretto a vendere. Ma proprio quando la Camera vota il provvedimento, il giudice Robertson annuncia le dimissioni. Sarà il successore Thomas Hogan a sovrintendere, in caso di approvazione del Senato, la maxiudienza finale, quella che dovrebbe sancire il varo della manovra di risarcimento rendendo giustizia dopo 130 anni agli Indiani d’America. Se Tex non fosse un bellissimo frutto di una meravigliosa capacità creativa potremmo star certi che, a rischio di cambiare i connotati a qualche alto "papavero", il suo impegno e la promessa di fare giustizia prevarrebbero su ogni pregiudiziale e gioco di potere.

Nella realtà, non abbiamo un Ranger di carta ma molto di più, il Presidente degli Stati Uniti d'America in carne e ossa, anch'egli imprevedibile realizzazione di un sogno accarezzato per secoli da quella parte di America votata alla discriminazione e all'eterna intolleranza. Ce l'hai insegnato tu, caro President Obama, perciò  tutti insieme affermiamo: "Yes we can!", e non importa se sono passati 130 anni, ciò che conta è che alla fine, anche nel nostro terreno recinto, la giustizia abbia l'ultima parola.

Andrea Randighieri

Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Giugno 2010 14:00