| Oscar 2009: tra conferme e consacrazioni trionfa Bollywood |
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| Scritto da Andrea Randighieri |
| Sabato 28 Febbraio 2009 11:06 |
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di Andrea Randighieri
Sean Pean, dopo Mystic River, torna alla ribalta nel ruolo dell’attivista gay Harvey Milk, che fu ucciso nel 1978, nel film intitolato appunto “Milk”, esattamente come il latte, curiosa coincidenza il “candore” latteo dell’affermazione e il mezzo di conquista, l’interpretazione di un diverso, in un epoca in cui il politically correct offre sempre più spazio, quasi un atto dovuto, alle minoranze sessuali, a fronte delle sacche di resistenza perbeniste e clericali. Che Pean fosse un attore versatile lo si era capito sin dai tempi di “Dead man wallking”, accanto a una stupenda Susan Sarandon, in cui l’ex marito della pop star Madonna si cala egregiamente nei panni di Matthew Poncelet, relegato nel braccio della morte per stupro, incamminato verso la condanna capitale, ma in tempo per confezionare il suo riscatto etico-religioso. Non è certo la prima volta che la tematica delle relazioni omosessuali viene trattata fuori da schematismi preconcetti e secondo i crismi dell’arte interpretativa più eccelsa. Pean, in tal senso, vanta degni antecessori. Ricorderemo tutti “Una giornata particolare” di Ettore Scola, incontro di una casalinga spenta e frustrata (Sofia Loren) e un gentile e fragile omosessuale (Marcello Mastroianni) perseguitato dal regime fascista. A tal proposito, correva l’anno 1977, riecheggiano le critiche poco incoraggianti di allora, specie da sinistra, tanto che su “Rivista anarchica”, l’ottobre di quell’anno, Paolo Zaccagnini scrisse: “Credo sia l’esempio migliore di come non fare cinema e di come soprattutto fare cinema di destra pensando fermamente di fare un film di sinistra, forse estrema”. Prima del bellissimo e pluripremiato “I segreti di Brokeback Mountain”, con uno degli attori che Hollywood rimpiangerà intensamente e a lungo, Heath Ledger, Oscar postumo 2009 come migliore attore non protagonista per l’eccellente parte di Joker ne “Il cavaliere oscuro” (unico precedente quello, 23 anni fa, di Peter Finch per “Quinto potere”), il testimone della diversità sessuale è passato per parecchie mani e per altrettanti corpi: per esempio quello martoriato dal virus dell’HIV dell’abile quanto sfortunato legale impersonato da Tom Hanks in “Phildelphia”, premio Oscar come miglior attore protagonista; William Hurt ne “Il bacio della donna Ragno”; e, antesignano del genere, “Improvvisamente l’estate scorsa”, adattamento cinematografico di fine anni cinquanta dalla piece teatrale dallo stesso titolo, con protagonisti Elizabeth Taylor, Katharine Hepburn e Montgomery Clift (gay per davvero, come del resto i due sceneggiatori, Williams e Vidal), decorato con tre nomination (uno per la Taylor, uno per la Hepburn e uno per la Miglior Sceneggiatura, adattata da Gore Vidal e dallo stesso autore dell’opera, Tennessee Williams). Peraltro, i codici di autoregolamentazione in vigore, noti come Codice Hays, costrinsero Vidal a togliere qualsiasi riferimento diretto all’omosessualità, ragion per cui la tematica venne soltanto lambita ma non scalfita dall’aura di vero e proprio tabù. A dare continuità al trend, il nuovo “Cary Grant” (di cui pure si parlava in termini di omosessualità, almeno negli anni ‘30) di produzione interamente nostrana, che Luca Lucini, regista di “Solo un padre”, ha ravvisato nel suo protagonista, Luca Argentero, che sul numero di Ciak in edicola già in questi giorni (numero di Marzo) è ritratto in esclusiva mentre bacia Filippo Nigro nel film “Diverso da chi?”, in uscita nelle sale il 20 marzo (nel cast anche Claudia Gerini). Dicevamo tuttavia di conferme, e quella di Pean è duplice: secondo Oscar della carriera, a dimostrazione del pieno recupero da scavezzacollo dei tempi giovanili, e affermazione personale come icona della libertà sessuale, se anche Povia, dopo “I bambini fanno ooh”, conquista il secondo posto nel “Festival di Sanremo” con “Luca era Gay”. Ma torniamo al cinema. Descrivevamo la parata degli Academy Awards di quest’anno anche come occasione per consacrazioni ed exploit. La consacrazione è senz’altro per Kate Winslet, la musa di Leo Di Caprio in “Titanic”, che dopo sei candidature, vede finalmente premiato l’innegabile talento, impreziosito da una rara bellezza e da una semplicità persino imbarazzante, se è vero che pure l’Herald Tribune storce il naso alla propensione al pianto con cui l’attrice britannica accoglie gli allori assegnatigli. Un’accusa che, partita dall’Inghilterra, arriva anche negli Stati Uniti. L’Herald Tribune dedica un ampio articolo al “caso” dal titolo: “Un’attrice singhiozzante fa trasalire gli inglesi”. Dove sta il problema? Nell’immagine che, secondo gli inglesi, gli attori devono dare di sé, “di classe e austeri”. Ma il “do not cry, please” d’oltremanica è davvero pretenzioso se si tiene conto del fatto che l’Oscar è una sorta di Nobel per i funamboli della celluloide, del numero delle nomination della Winslet fin qui cumulate, della sua età non ancora “senile”, e del fatto che il suo Oscar segue a ruota due Golden Globe per lo stesso film, “The Reader”, in cui Kate interpreta l’ex guardia nazista Hannah Schmitz, che l’attrice impersona dai trenta ai sessant’anni. La frase a seguire toglie mordente ai detrattori della lacrima facile: “Già a un anno sognavo questo momento. Al posto della statuetta tenevo in mano uno shampoo ed è allora che ho preparato il mio discorso di ringraziamento”. Insomma, il Kodak Theatre non sarà l’Arena di Verona, ma per una furtiva lacrima, seppure in mondovisione, nessuno può gridare allo scandalo. E’ sicuramente consacrazione per Penelope Cruz, migliore attrice non protagonista per “Vicky Cristina Barcelona”, prima spagnola a vincere l’Oscar come attrice. Fugati gli incanti con l’ex Tom Cruise, e gli stereotipi che la vedevano legata a Pedro Almodovar, Penelope, oltre alle ciglia ideali per il mascara, dimostra di essere matura per riconoscimenti prestigiosi, sconfiggendo il complesso del cigno stupendo ma incapace di nuotare. Soprattutto, questa edizione è occasione propizia per gli exploit. The Millionaire, il film che narra l’improbabile storia di un ragazzino cresciuto tra le catapecchie di Mumbai nella povertà più abietta che diventa un milionario in un concorso a premi e riesce anche a conquistare il cuore della donna che ha amato sin da piccolo, ha “spazzato” la cerimonia degli Oscar: otto statuette, incluse quella per il miglior film e per la miglior regia di Danny Boyle. Un epilogo molto hollywoodiano, quasi un film nel film, con tanto di fotografia dei bambini indiani che salgono sul palco del Kodak Theatre e, raggianti di felicità, cantano Jay Ho (altro Oscar per la miglior canzone), che significa “vittoria”. In un momento in cui in America e nel resto del mondo i sentimenti dominanti sono la paura e l’incertezza, il film dà un messaggio di ottimismo: anche chi ha di fronte l’avversità può cambiare il proprio destino. E’ il primo Oscar delle Nazioni Unite. E’ il “Yes, we can” di Barack Obama. E’ l’Oscar degli outsider, dei derelitti. Nell’era di Obama, con il film di Boyle vince il tema della speranza (tanto caro al presidente da omaggiarle un libro, “L’audacia della speranza” appunto, pubblicato a candidatura ancora in corso), mentre l’anno scorso aveva trionfato un film dark come “Non è un paese per vecchi”. E se la favola indiana fa sognare il mondo, non mancano le accuse, come quella al regista di aver sottopagato i bambini; l’invettiva dell’editorialista del Times, Alice Miles, indignata dalla “pornografia della povertà”; la polemica filologica del quotidiano The Mumbai Mirror contro il titolo originale, “Slumdog Millionaire”, giudicato offensivo e tradotto in gergo popolare nell’immenso striscione in hindi appeso ieri tra i vicoli sterrati di Dharavi, “Non siamo i cani della bidonville”. “The Millionaire” sembra girato per far discutere. In India, che ha vinto anche con il miglior documentario (ancora una regista straniera, ancora un’immagine del Paese ben diversa dal paradiso esotico del miracolo economico), il successo del film ha spaccato in due la popolazione. L’Occidente ipocritamente compassionevole additato da Miles e l’India delle contraddizioni rappresentata da Mumbai, la Mecca del cinema asiatico che avvolge nella stessa polvere il mezzo milione di nullatenenti di Dharavi e la lussuosa Marina con appartamenti da 2 mila dollari al metro quadrato. Così, mentre il premier indiano Monmoahn Singh si congratula con i giovani attori perché “hanno fatto qualcosa di cui il Pese è fiero”, il più famoso attore di Bollywood, Amitabh Bachchan sibila: “La pellicola ci descrive come terzo mondo”. L’era Obama spiega tutto, le sale cinematografiche lo fanno ancora meglio. E’ anche l’anno delle delusioni, ovvero delle consacrazioni attese e mancate. Evidentemente, i riconoscimenti dovevano tripudiare all’insegna dell’happy ending, non c’era spazio per quanto intensa potesse essere l’immedesimazione del protagonista (Stanislavskij forse avrebbe da recriminare), la qualità della pellicola, il ritmo e il tenore narrativi, il “qualcosa che rimane dentro” e ti porti via come un macigno nel petto dopo che le luci in sala si riaccendono e sugli schermi scorrono i titoli di coda. Se questi fossero stati i criteri di premiazione, allora le statuette sarebbero state ripartite diversamente. Un rimpianto innanzitutto per Mickey Rourke, non più il mucho supersexy di “Nove settimane e ½”, ma un animale da cinepresa che ha fatto della sua faccia e del suo fisico trasfigurato una leva con cui sollevare non il mondo, come avrebbe voluto Archimede, bensì l’ammirazione e il consenso del pubblico, oltre ai critici che in passato lo avevano spesso negletto. Il consenso del primo lo ha avuto e lo sta avendo, quello dei secondi anche, ma non fino al punto da tributargli un Oscar per il film “The wrestler”, Leone d’oro a Venezia 2008, storia di un campione al tramonto che sa rinascere, un po’ come lui. Sinceramente una statuetta gliela si poteva dare senza gridare allo scandalo. Altra delusione, ancor più massiccia, quella di “Il curioso caso di Benjamin Button” presentatosi al Kodak Theatre con ben 13 nomination, e uscito di lì con soli 3 Oscar, di quelli minori: miglior scenografia, miglior trucco e migliori effetti speciali, premiato alla stregua di un normale “Incredibile Hulk”, senza nulla togliere ai film di fantasia e di evasione. Ma il film di David Fincher era sì intriso di fantasia e di induzione al sogno, ma non certo “basato” sugli effetti speciali. Piuttosto, di questi si serve come complemento a una storia dalla struttura avvincente. Il film, in verità, si presta a ben altre riflessioni, come il tempo e il suo rapporto con la vita dell’uomo; l’io e l’altro; l’andare in direzioni opposte e ciononostante incontrarsi; il bisogno di eterno e l’effimero che travolge e cancella. Questo era ed è il valore aggiunto de “Il curioso caso di Benjamin Button”, impreziosito da un’abile regia e, sicuramente, anche dal sapiente uso delle tecniche d’intervento digitale. Ancor più, peraltro, e qui Stanislavskij mi conforterebbe, valgono la bravura dei due protagonisti, che complice lo straordinario trucco, dimenticano di essere ciascuno a suo modo bellissimi, (Brad Pitt icona della bellezza assoluta, Cate Blanchett perfetta nella sua bellezza atipica), e accettano di imbruttirsi e invecchiare (o ringiovanire, per l’ex furfante di Ocean eleven, twelve e thirteen) con una facilità tale da allibire. Anche per questo, Pitt, a mio avviso bravo da sempre seppur in ruoli meno congeniali, andava gratificato con l’Oscar, almeno per abbattere un muro secondo il quale “bello e bravo” è un binomio irrealizzabile a Hollywood, e semmai fosse inevitabile farlo trionfare, si cerca di farlo il più tardi possibile, magari “a polveri bagnate”, com’è successo a Paul Newman, Robert Redford, Marlon Brando, (premiato nel Padrino, in cui appare grasso e mascellone); come è accaduto allo stesso Tom Cruise che, almeno nel film che lo lanciò nel firmamento delle star di spessore, “Nato il 4 Luglio” di Oliver Stone, toccò vertici di compenetrazione nel ruolo, da far ricredere chi, come me, lo aveva associato all’idea del “solo belloccio” di “Top gun”, e che malgrado altre candidature e premiazioni non è ancora riuscito a disancorarsi del tutto dalla prigione della propria avvenenza, quantomeno non al punto di ritirare davanti alla giuria degli Academy Awards l’ambita statuetta dorata. Ma i pregiudizi e i cliché sono duri ad estinguersi, e nel frattempo Bollywood festeggia, bidonville comprese. Andrea Randighieri |
| Ultimo aggiornamento Martedì 17 Marzo 2009 11:01 |



Anche l’81esima edizione dei premi Oscar si è conclusa. Il tono impegnato della serata ha aumentato l’audience del 6%, grazie al nuovo look patinato e ad un numero record di stelle d’altissimo calibro, ma è pur sempre fra i tre peggiori risultati nella storia degli Oscar. Non di meno, è l’anno delle riconferme, delle consacrazioni e degli exploit. 