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Richard Gere, l'icona sexy che cerca di aggiustare il mondo PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Randighieri   
Martedì 02 Marzo 2010 18:16
Caro Riccardo ti scrivo, così mi distraggo un po’. Potrebbe essere l’esordio di una missiva in versione italianizzata e “dalliana” per Richard Gere, l’ex American Gigolo, ora impegnato in meditazioni buddiste e iniziative umanitarie. Un’icona, nonostante i capelli grigi, che comunque erano già brizzolati ai tempi di “Pretty Woman”, il film che ne ha decretato l’immortalità, lui perfetto principe azzurro moderno accanto alla deliziosa prostituta-Cenerentola Julia Roberts. Ma sarebbe un incipit ingeneroso, sì, perché scrivere a Riccardo, pardon Richard, per pura distrazione, equivarrebbe a sancire l’idea che, purtroppo, innanzitutto i critici e nondimeno molti sedicenti cinefili si sono fatti di lui: troppo bello per essere bravo. 
di Andrea Randighieri
Nonostante i 60 anni raggiunti il 31 Agosto scorso, dunque nel pieno della maturità umana oltre che professionale, Richard rimane ancora impresso nella mente dei più (meglio, delle più) come il giovane simbolo sexy-erotico in canottiera candida, bicipiti tonici e studiata virile noncuranza che in American Gigolo, il primo vero ruolo della sua carriera, ha imposto lo stile Armani ed è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo femminile. Ma non è così, non è più così. I detrattori potrebbero rispondere che non ha mai collezionato una sola nomination all’Oscar, ma si potrebbe replicare che le logiche dell’Academy Awards non sempre sono adamantine. Lo stesso Paul Newman, indiscutibilmente bello e indiscutibilmente bravo, dopo una ridda di nomination, fu premiato per carità pelosa che per meritocrazia, per uno dei suoi film più mediocri, “Il colore dei soldi”, recitato in compagnia del giovane Tom Cruise. In ogni caso, la carriera cinematografica a 60 anni può ancora riservare sorprese; inoltre, nel 2003 Richard Gere si è pur aggiudicato un riconoscimento niente male, il Golden Globe della stampa estera a Los Angeles per “Chicago”, come miglior attore di musical/commedia.
Il nocciolo, insomma, è proprio questo: la notizia che non ha mai fatto veramente notizia è che il muscoloso e intrigante Gigolo, l’affascinante italo-americano Zack Mayo di “Ufficiale e Gentiluomo”, altra pietra miliare non solo della sua carriera ma di tutto il Grande Cinema, già bravo in qui primi rudimentali cimenti, ha poi confermato la stoffa di attore egregio in prove attoriali più robuste come “Rapsodia in Agosto” di Akira Kurosawa, “Mr. Jones”, splendido film passato sotto traccia quando invece rappresenta una arguta raffigurazione dello spessore emotivo dei disagiati psichici e della loro capacità di arrendersi all’evidenza dell’amore disinteressato. Non vanno poi dimenticate altre gradevolissime proiezioni come “Scheggie di paura”, nel quale offre un’eccellente prova di bravura che non difetta neppure all’emergente Edward Norton; proseguendo, citiamo “Il dottor T e le donne”, con la prestigiosa regia di Robert Altman, quindi “L’angolo rosso”, “The Jackal”, “Unfaithful – L’amore infedele”, e ovviamente “Chicago”, in cui veste i panni di un cinico avvocato (il suo numero di tip-tap nel finale è da antologia). In tutta questa gimcana di interpretazioni, Richard Gere continua a dare il meglio di sé nella settima arte, forte anche di una indubbia maturazione interiore successiva alla prima ondata di travolgente notorietà, al divorzio con la bellissima top model Cindy Crawford in capo a quattro anni di paparazzatissimo matrimonio, al successivo sposalizio con la deliziosa collega Carey Lowell, dalla quale avrà un figlio, Homer James Jigme Gere, e, soprattutto, con l’abbraccio della religione buddista, che, in verità, per lui non è neppure una religione, ma “una scienza della mente” che deve condurre l’uomo, come dice il professore da lui interpretato nel film “Parole d’amore”, a praticare il “Sì tikun olam”, che letteralmente significa “aggiustare il mondo”, come ci hanno provato Gandhi, Martin Luther King, Gesù Cristo e come tenta di fare il Dalai Lama. Proprio questa simpatia gli è valsa l’alienazione delle simpatie di gran parte degli alti papaveri di Hollywood.
Cresciuto con un’educazione metodista, Gere si converte al buddismo in seguito ad un viaggio in Nepal nel 1973. Intraprende così un lungo cammino spirituale, incontrando il Dalai Lama. Usando la sua celebrità per promuovere la causa in Tibet, istituisce la “Casa Tibetana” a New York e la “Fondazione Gere”. Come se non bastasse, è in prima fila nella lotta per i diritti civili, sostenendo le principali campagne ecologiste e la lotta contro l’Aids. A proposito, tutti ricorderanno il clamore e l’indignazione sollevata nel popolo e negli stessi organi politici e giudiziari indiani a causa di un prolungato bacio sulla guancia dato all’attrice di Bollywood Shilpa Shetty, proprio durante una manifestazione contro l’Aids, gesto giudicato eccessivamente audace dai tradizionalisti scesi in strada in diverse città a bruciare le foto di Gere, chiedendo al governo l’espulsione dell’attore dal suolo indiano non prima di avere reso pubbliche scuse. Le scuse arrivarono, ma puntuale fu anche la comminazione, da parte del giudice indiano Dinesh Gupta, di un mandato d’arresto per condotta “gravemente offensiva” in violazione delle leggi locali contro le oscenità in pubblico.
Lo stesso procedimento penale si profilava anche per la star indiana, nel frattempo minacciata di morte, col rischio teorico di una condanna ad un massimo di due anni di prigione ed una multa di 2000 rupie, pari a 35 euro circa (!). Inutile dire che tutto si risolse in una bolla di sapone, con tanto di trasferimento punitivo per il giudice indiano, e la sospensione dell’ordine d’arresto da parte della Suprema Corte Indiana che, oltre a far notare che non c’era stato nessun atto osceno, rilevò che “presentando un’accusa così frivola è stata data una pessima immagine dell’India”. Quanto al Tibet e al Dalai Lama, anche lì i problemi non sono mancati, e come si diceva poc’anzi, non è azzardato presumere che l’attivismo dell’attore abbia contribuito a sottodimensionare le sue capacità, a dispetto della celebrità e degli incassi al botteghino, come nel caso eclatante di “Pretty Woman” che negli anni Novanta incassò la bellezza di 455 milioni di dollari. Durante uno dei suoi viaggi di ricerca spirituale nel Tibet, ha realizzato un libro di fotografie, ‘Pilgrim’, in cui si denunciano le torture subite dai monaci per mano degli occupanti cinesi. Nel ’93, nel corso della serata per la consegna degli Oscar, approfittando di una platea di un miliardo di telespettatori, ha lanciato una campagna in favore del Tibet, risultato: non è più stato invitato alla cerimonia. Se pensiamo al Dalai Lama ricevuto in tutta riservatezza dal premio Nobel per la Pace Barack Obama e fatto uscire da una porta di servizio della Casa Bianca con i sacchi dell’immondizia in bella evidenza, è chiaro che le simpatie di Richard Gere non sono le stesse dell’America che conta e che giudica. Nessuno, ad esempio, avrebbe immaginato che un raffinatissimo spot pubblicitario della Fiat lo avrebbe inguaiato.
Nel video si vede l’attore guidare una Lancia Delta da Hollywood al Tibet, fino ad arrivare ad un villaggio dove ha un tenero e simpatico incontro con un bimbo. Apriti cielo. Il governo di Pechino è andato su tutte le furie e sembra che un portavoce della Fiat si sia scusato con la Repubblica Popolare Cinese. Naturalmente Richard Gere ha donato il ricavato in beneficenza, ogni altro commento è superfluo. Un attore dal cuore tenero se  è vero, come è vero, che ,oltre a tutto ciò che di buono fa per la difesa dei diritti e la tutela della salute, leggendo la sceneggiatura del suo ultimo film, “Hackicko”, storia realmente accaduta nel 1924 in Giappone di amore e fedeltà di un cane verso il suo padrone, ha confessato di non aver resistito ad un pianto di commozione. Un bello per nulla senz’anima, dunque. Un ex divo che solleticava le fantasie inconfessate di milioni di donne, allorché la rivista ‘People’ lo elesse, nel ’99, uomo più sexy del mondo, e nel ’91 lo aveva inserito nella lista delle 50 persone più belle del mondo. I ruoli da lui sostenuti in “American Gigolo” e “Ufficiale e Gentiluomo” erano stati offerti a John Travolta. Fortuna volle che questi li giudicasse ambedue moralmente discutibili.
Con la depravazione del suo fascino indiscreto, e il turgore dei muscoli nutriti di esercizio maniacale, le star di Hollywood hanno fatto spazio a questo astro luminoso che, piaccia o no, nel cantiere sempre aperto del Cinema con la c maiuscola ha fatto, e continua a fare, la sua parte con devozione e intelligenza.
Andrea Randighieri
Ultimo aggiornamento Lunedì 08 Marzo 2010 17:48