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L'eterna gioventù bruciata di Jimmy Dean PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Randighieri   
Mercoledì 17 Febbraio 2010 03:55
E’ da poco trascorso San Valentino, la festa degli innamorati, e, gioco della sorte, il nome del santo coincide col cognome di Rodolfo, o Rudolph, all’americana, il divino principe delle star dell’Hollywood, che tanto faceva palpitare i cuori delle donne di ogni età e casta. Perché questo accostamento?
di Andrea Randighieri

Per quanto bizzarro, c’entra, perché Cupido ha scagliato i suoi primi dardi dagli schermi delle sale di proiezione proprio a partire da Rodolfo Valentino, e poco importa se abbiamo profanato il sacro (San Valentino) col profano (Rodolfo e Cupido). La sintesi ultima è sempre quella dell’amore. Del resto, il 14 Febbraio da tempo immemore non è più la celebrazione del Santo, così come il Natale  non è più semplicemente la cerimonia della Natività di Cristo, bensì la festa di chi si ama. Questa curiosa circonlocuzione per dire che in prossimità di questa ricorrenza CRIF ON-LINE inaugura il 2010 con la trattazione degli attori di Hollywood e Cinecittà.
Cominciando proprio da Rodolfo, o Rudolph, Valentino, pseudonimo di Rodolfo Alfonso Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, nato a Castellaneta il 6 maggio del 1895 e spentosi a New York il il 23 agosto del 1926? No, quello di Valentino era un pretesto, un apripista per introdurre lo stretto legame tra Cinema e folgorazioni da grande schermo. In realtà, l’attore di cui tratteremo oggi è nato 36 anni “bello e dannato”. Alludiamo a James Dean, icona pop per antonomasia, ribelle per eccellenza, rubacuori per predestinazione. In comune con Valentino una morte precoce. Anzi, ancor più prematura e violenta se si considera che l’italo-americano è mancato all’età di 31 anni, stroncato da un’appendicite degenerata in peritonite durante un ricovero per ulcera gastrica, mentre James, o più confidenzialmente Jimmy, morì a soli 24 anni, 7 mesi e 22 giorni.
Era nato a Marion (Indiana) l8 febbraio del 1931. Oggi avrebbe poco più di 79 anni. Ma la sua clessidra si esaurì ben presto. Erano le 17:50 del 30 Settembre 1955, un caldo pomeriggio californiano di quasi 55 ani fa. L’auto, una Porsche 550 Spider (in realtà la sua macchina portava il numero 130 ed era stata chiamata da Dean stesso “Little Bastard”, “Piccolo Bastardo”), percorreva la statale 46 (466 in quegli anni), in direzione di Salinas, dove il giovane attore, ormai consacrato sugli altari della critica e dei botteghini all’incasso, si accingeva a partecipare ad una gara su pista. Ad accompagnarlo, al suo fianco, il meccanico Rolph Wutherich, di 5 anni più vecchio. La statale sembrava tutta per Jimmy e i novantasei chilometri orari segnalati sul tachimetro ne erano la testimonianza. Erano le 17:59. Si avvicinava l’incrocio di Paso Robles fra la 466 e la 41. Rolph ordinò al suo pilota di rallentare, ma in tutta risposta questi accelerò. Il sole era basso e Dean ne era abbagliato. Proprio davanti a lui era l’uscita per la Route 41, che portava a destra per Salinas. Improvvisamente Jimmy si accorse della grossa Ford Tudor bianconera che veniva verso di loro. In prossimità dell’incrocio la Ford iniziò a spostarsi a sinistra per svoltare nella 466, in pratica gli stava tagliando la strada. La Porsche rallentò, cercando di portarsi fuori dal punto pericoloso. Il guidatore della Ford indugiava se tentare la sorte o rimanere dov’era e portarsi sulla destra. Pensò di potercela fare ed era ormai nella corsia di Dean quando si rese conto del suo errore, ormai troppo tardi. Uno sbattere di ciglia più tardi la sua macchina si scontrava frontalmente col massiccio lato destro della Ford. La leggera e piccola Porsche si accartocciò come fosse una lattina e fu gettata in aria. E fu la fine. Jimmy, immobile, giacque come un fantoccio di pezza riverso sul volante. L’auto contro la quale andò a fracassarsi la bella Porsche da 6900 dollari, comprata col compenso delle riprese del film “Il Gigante”, era quella di un certo Donald Turnupseed, studente di 24 anni, esattamente come Jimmy.La leggenda narra che proprio quel pomeriggio aveva assistito ad una proiezione del film con James Dean “La valle dell’Eden”. All’urto, il suo sportello si aprì e fu sbalzato fuori, pressoché illeso. Il meccanico Rolpf Wuterich, invece, ebbe diverse fratture, ma se la cavò con un mese d’ospedale e sette di riabilitazione.Un’inchiesta ebbe luogo l’11 ottobre a Paso Robles e Donald Turnupseed venne assolto dall’accusa di omicidio colposo. Dean non si fidava mai di nessuno per carattere, quel pomeriggio di 55 anni fa un eccesso di speranza verso il prossimo gli fu fatale: “Quando corro – diceva – non ho più paura di morire”. C’era una corsa da fare a Salinas… e poi non ci fu più niente.
Paradossalmente, quella fine fu l’inizio di tutto. Senza la morte, e quella morte, James Dean sarebbe diventato uno dei tanti brontosauri da cineteca e non il mito di proporzioni abnormi che attraversò più di cinque decadi, fino ad assurgere a modello per intere generazioni di teenagers. Un’icona culturale che si riassume perfettamente nel titolo del suo film più celebre: “Gioventù Bruciata”, in inglese “Rebel Without a Cause”, letteralmente “ribelle senza una causa”, nel quale ricopre il ruolo del problematico ribelle adolescente Jim Stark. Una sorta di seguace della filosofia del “carpe diem”, dove la “cattura dell’attimo” ingloba tutto ciò che di effimero e oltre i limiti la vita può offrire, compresa la sua esiziale contropartita, la morte. Dean era la quintessenza della gioventù statunitense, ed è inesatto dire che non era un bravo interprete.
E’ stato il primo attore ad aver ottenuto una nomination postuma al Premio Oscar, ed è tuttora l’unico, insieme a Massimo Troisi (che fu candidato all’Oscar postumo come attore e come sceneggiatore per “Il Postino”), ad avere due nomination di questo tipo. A Dean fu conferito il Golden Globe per il miglior attore nel 1956. Ma il mito, ad essere esatti, era già nato, la morte ne ha soltanto celebrato l’ufficialità. Il mito di Jimmy Dean sorge quando questo individuo rozzo e scontroso, imprevedibile e capace di tutto, ma immensamente dotato, viene notato da Elia Kazan che gli affida il ruolo di Cal Trask ne “La valle dell’Eden”. Il successo è immediato, e il mito dell’incompreso per eccellenza comincia a vagire. Un mito in cui confluiscono vari ingredienti, quali il fascino tenebroso, ma anche il carattere schivo ed introverso, frutto di un’infanzia crudele che lo aveva privato troppo presto della mamma amatissima, lasciandolo in balia di un padre freddo e incapace di affetto, che dubitava di essere  il suo vero padre e che lo aveva tragicamente rifiutato, mandandolo a vivere con gli zii in una fattoria nell’Indiana. Questo affetto Jimmy lo ritrovò poco prima della morte del padre.
In tutti e tre i film che lo hanno reso leggendario, il già citato capolavoro di Kazan, “Gioventù Bruciata”, e “Il Gigante” (film che non era ancora terminato quando Jimmy andò a schiantarsi con la propria fuoriserie), un duello passionale e attoriale con un'altra star di Hollywood, Rock Hudson, Dean contestava rabbiosamente: i genitori nei primi due, il padrone nel Gigante. La sua recitazione era fortemente espressiva, bastava un sopracciglio inarcato o una fronte corrugata a comunicare un coacervo di emozioni, o, come vorrebbero i puristi delle Scuole di recitazione, di “intenzioni”. La sua presenza sullo schermo era avvolgente, quasi ingombrante tanto era impossibile eluderne la grandezza. Joanne Woodward, moglie di Paul Newman, dopo un provino disse di lui: “Lavorare con James ti faceva sentire come un pugile che deve schivare i colpi”. E lo stesso Newman, che ereditò tre film già offerti a Dean, affermò: “Penso che avrebbe superato sia Brando che me, sarebbe un classico”.
Lo sguardo da guappo e quegli occhi maliardi rapinavano i cuori di milioni di ragazzine in tutto il mondo, e il suo spirito sovversivo induceva all’emulazione le frotte di ragazzi che vedevano in lui un esempio da sublimare, il maestro di una vita alternativa alla realtà fatta di solitudine, incomprensione, di guerra fredda e di quella calda combattuta dai tanti coetanei in Corea. Un giovane miope dalla bella faccia, fisicamente un po’ goffo, non troppo alto e sempre col muso lungo, che davanti alla telecamera si trasforma in un cigno. E’ un tutt’uno con il personaggio che interpreta, secondo le migliori tradizioni dell’Actor’s Studio di Lee Strasberg, frequentato giovanissimo a New York dove si trasferì per fare l’attore di teatro e dove la sua carriera decollò.
James Dean era unico: impossibile non restarne stregati. Al di là del suo essere scontroso, al di là persino delle voci che lo volevano un perverso sessuomane, facile a dividere il letto con le donne, ma anche con gli uomini, se ciò valeva un lasciapassare per il successo e la carriera. C’è chi descrive la sua relazione con Anna Maria Pierangeli come il grande amore della sua vita, un amore ferocemente contrastato dalla madre della giovane attrice italiana. Ma c’è pure dell’altro se si dà retta a ciò che scrive Kenneth Anger nel suo libro “Hollywood Babilonia”. Secondo Anger, nel rapporto sull’incidente di Dean, un ufficiale di polizia scrisse che sul torace era visibile una “costellazione di cicatrici e bruciature”. Quel rapporto non fu mai mostrato ai giornalisti. Nessun giornale pubblicò che alla vigilia della morte James Dean aveva partecipato ad un ricevimento gay a Malibù dove, tra l’altro, litigò furiosamente con un ex amante che lo accusava di farsi vedere in giro con belle ragazze soltanto per farsi pubblicità. Nemmeno si raccontò che già da un anno l’attore frequentava regolarmente il “Club”, un locale per omosessuali a West Hollywood, dove aveva da poco scoperto i giochi sadomasochistici. I frequentatori abituali del locale l’avevano soprannominato “il portacenere umano” perché pregava i suoi “padroni” di spegnergli le sigarette sul petto. Tutto ciò sarebbe accaduto nell’ultimo periodo di vita di Dean, quando iniziò a frequentare gente eccentrica, dedita ad allucinogeni, come l’attrice finlandese Maila Nurmi, che in tivù interpretava l’ossessa Vampyra. C’è chi dice che fu lei ad iniziarlo, addirittura, al satanismo.
E’ indubbio che Dean non viveva tranquillamente le sue inclinazioni omosessuali. Raramente chi lo conobbe osa parlare di questo aspetto della persona-Dean: all’epoca essere gay era paragonabile alla droga e al comunismo. Erano cose che si facevano ma di cui non si parlava pubblicamente. James Dean, in realtà, era il classico macho soft in grado di sedurre ambo le sponde dei due sessi. Quale sarà la verità? Impossibile oggi districarla dal falso. Di certo in lui, roso da un inarrestabile tormento, c’era una vocazione all’autodistruzione.
Il regista Mark Rydell, amico di Dean quando erano entrambi giovani attori in cerca di lavoro a New York agli inizi degli anni ’50, ebbe a dichiarare: “All’epoca io ero in psicoanalisi e ricordo che dicevo al mio terapista che Jimmy Dean non sarebbe vissuto a lungo. Quando – prosegue Rydell -, un anno dopo, ho sentito che Dean era morto, ho sofferto moltissimo ma non ero sorpreso. Sembrava che morire giovane fosse il suo destino”. Non sappiamo quanto vera fosse la sua adesione al satanismo, ma indubbiamente i demoni interni di Jimmy, malgrado il denaro e il successo, lo avrebbero condotto al fatale appuntamento con la morte che volle premiarlo, a suo modo, donandogli l’immortalità. E’ persino beffardo ricordare che solo 2 ore prima dell’incidente Dean aveva preso una multa per eccesso di velocità, un ultimo salvagente che per redimerlo da una fine troppo tempestiva.
A pochi metri dal luogo dello schianto è stata scoperta la targa “James Dean Memorial Junction”. La scomparsa del teen-ager per eccellenza scatenò una specie di isterismo collettivo. I media parlarono di un simile effetto a catena riferendosi a quello del 1926, dopo la morte di Rodolfo Valentino. Ma se in quel caso si tratta di idolatria, la scomparsa di Jimmy Dean equivale alla perdita di un eroe da emulare. I giovani restano privati della prima, vera identificazione di massa con un personaggio del grande schermo.
Nel 1957, in suo omaggio, si gira “James Dean: The first American Teenager”, per la regia di Robert Altman e George W. George, con il montaggio di Ray Connolly. L’Empire Magazine lo inserisce tra le cento stelle cinematografiche di tutti i tempi.
James Byron Dean, dal poeta preferito di sua madre, ora riposa al Park Cemetery di Fairmount, nell’Indiana, la terra che gli diede i natali, inconsapevole che lo avrebbe accolto nel suo seno così presto, troppo presto a causa di una gioventù letteralmente bruciata nella ricerca di quel calore che potesse insegnargli ad amare sé stesso e gli altri.
Andrea Randighieri 
Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Febbraio 2010 14:06